È datata 9 maggio 1978 una delle pagine più nere della storia italiana. È la mattina in cui il Paese si risveglia con la notizia del ritrovamento, in via Caetani a Roma, del cadavere di Aldo Moro, il presidente della Democrazia Cristiana rapito dalle Brigate Rosse 55 giorni prima e ucciso dopo essere stato sottoposto ad un processo politico presieduto dal cosiddetto “Tribunale del Popolo”, e dopo l’interruzione delle trattative per la sua liberazione fra lo Stato Italiano e l’organizzazione terroristica.Continua a leggere…
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L’ultimo atto del divo Giulio
“Il viale del tramonto è lungo e bello, Dio me lo conservi”. Lo diceva già molto tempo fa Giulio Andreotti, guardando con distacco agli uomini e alle epoche che passavano mentre lui, serafico, inossidabile, era sempre lì: una vita fra i banchi di Montecitorio dal 1946, anno dell’Assemblea costituente che avrebbe dato il via alla storia repubblicana. E lui l’ha dominata, nel bene e nel male, quella storia, “democristiano atipico” spesso criticato dai suoi stessi compagni di partito, chiamato in causa nelle più nere vicende italiane, dalla loggia P2, agli omicidi Pecorelli e Dalla Chiesa, passando per il sequestro Moro. Ombre dalle quali si era sempre difeso senza urlare, mostrando rispetto per i giudici e accettando di comparire in tribunale fermo, composto, deciso a dare la sua versione dei fatti.
