
Germán Velazquez Martín torna a casa dopo quasi quindici anni di esilio: era riuscito a lasciare la Spagna alla vigilia della caduta della Repubblica, ci ritorna negli anni Cinquanta, quando il Paese è nelle mani di Franco. Le strade di Madrid sono cambiate, così come le persone, ridotte a involucri senza sfumature: emozioni e comportamenti vengono passati al setaccio dall’occhio vigile della comunità, non c’è spazio per condotte estranee al rigido cattolicesimo di Stato, figurarsi per slanci di ribellione. Eppure, Germán prova a restare fedele alla propria storia, alla propria vocazione, agli insegnamenti del padre: da lui, morto in una cella franchista, eredita la passione per la psichiatria e il profondo rispetto per i pazienti. “Mio padre – racconta – ha combattuto contro Franco con tutte le sue forze. Dopo la guerra, l’hanno sbattuto in prigione, condannato a morte, ma prima, quando io avevo tredici anni, mi ha insegnato che il fine non giustifica mai i mezzi. E io non ho dimenticato la lezione”.
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