“Due vite”: la scrittura come antidoto al distacco

Il titolo dell’ultimo romanzo di Emanuele Trevi ammette varie interpretazioni. Due sono le vite raccontate: quelle di Rocco Carbone e Pia Pera, scrittori e intellettuali scomparsi troppo presto con cui Trevi strinse un’amicizia decennale e viscerale. Due sono le esistenze che a tutti vengono concesse: la prima reale e fisica, «fatta di sangue e respiro», la seconda meno tangibile, fatta dei ricordi di chi ci ha conosciuto e amato. Due, infine, sembrano essere in questo saggio autobiografico le vite vissute dallo stesso Trevi: una come parte del trio, in cui la letteratura è viva, una conversazione costante e in continua evoluzione su temi e linguaggi; l’altra, successiva alla morte dei suoi due amici, in cui la letteratura è ricordo e la scrittura è metafora delle vite di Carbone e Pera nella loro complessità.

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“Il cinematografo”, la Settima arte come non l’hanno mai raccontata

Andrea Coffami ha costruito la sua intera carriera di autore sul gioco dei doppi, sull’ambiguità, sulla beffa verbale, sull’alternanza tra il serio e il faceto (Serio f’aceto è anche il titolo di una sua raccolta di poesie pubblicata nel 2011 da Ensemble Edizioni), sulla capacità di essere uno e molteplice: poeta, scrittore, rapper, umorista, inventore di bufale online, promoter per una casa editrice di fumetto e molto altro. Ma è anche uno che conosce bene la vita sui set cinematografici e che del cinema ha fatto una delle sue più incrollabili passioni e uno dei suoi molti mestieri.

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“Il pane perduto”: sopravvivere all’orrore per rinascere e non dimenticare

Il titolo di questo romanzo autobiografico di Edith Bruck rievoca, rendendolo indelebile nella memoria del lettore, un momento fondamentale della storia. Il pane perduto è quello che la madre della tredicenne Edith impasta con la farina regalatale da una vicina: un dono inestimabile per una famiglia ebrea numerosa che le leggi razziali hanno ridotto alla povertà più estrema. La lievitazione notturna è l’attesa che accresce la gioia, è la promessa di un giorno in cui la fame, per una volta, non prevarrà su tutto il resto. Promessa tragicamente infranta all’alba, quando i gendarmi ungheresi arrivano per strappare la famiglia al suo giorno speciale: Edith e i suoi famigliari verranno deportati prima in un ghetto, poi ad Auschwitz, e tra i ricordi che la bambina porterà per sempre con sé c’è il pianto disperato della madre per il pane che ha dovuto abbandonare.

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“Splendi come vita”, un groviglio di parole per raccontare il disamore

“Madre, Mamma” – ripete la scrittrice mentre riavvolge i ricordi di un’intera esistenza, il filo di un legame tormentato. Splendi come vita è una dolorosa dichiarazione d’amore verso la figura materna, evocata e invocata fino alla fine, è il resoconto di un rapporto sofferto, cercato, subito. Maria Grazia Calandrone torna alla propria infanzia, all’immagine della donna elegante e sorridente che l’ha adottata e che quasi subito, quando lei aveva quattro anni, le ha detto la verità. La ricostruzione parte da quel momento, lo segna come marcatore inesorabile di un prima e un dopo: la rivelazione ha effetti devastanti per la madre, convinta di aver perso l’amore della figlia. 

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“La casa delle madri”, il senso della condizione umana in un labirinto di stanze

Il romanzo di esordio di Daniele Petruccioli si apre con la descrizione di una casa nel momento di passaggio tra due vite. È quasi l’alba: le stanze vuote, i pavimenti bucati e polverosi, le finestre sempre aperte per mitigare l’odore pungente del cemento fresco attendono l’arrivo degli operai che gradualmente daranno alla casa una nuova identità, in accordo con quella dei nuovi proprietari. Il nuovo, però, non cancella del tutto le tracce di ciò che lo ha preceduto: le storie, i fantasmi di chi ha vissuto in quella casa restano una presenza costante che si mescola al presente, e di volta in volta le vite che si susseguono in uno spazio circoscritto si stratificano, ne impregnano i muri, ne costituiscono l’essenza.

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“Adorazione”: l’adolescenza tra relazioni tossiche e sentimenti assoluti

La comunità assegna ruoli predefiniti: serve uno scatto, quasi sempre provocato da un elemento esterno, per liberarsi da una visione soffocante e ridefinire la propria identità e le proprie aspirazioni. È quello che accade nel romanzo d’esordio di Alice Urciuolo, Adorazione, ambientato nel piccolo centro di Pontinia. A muoversi per le strade di questa realtà di provincia sono adolescenti insicuri, sfrontati, avidi di emozioni eppure incapaci di esprimerle. La paura dello sguardo degli altri è sempre lì, nascosta dietro ogni gesto di conformismo o apparente ribellione. 

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