
Il titolo di questo romanzo autobiografico di Edith Bruck rievoca, rendendolo indelebile nella memoria del lettore, un momento fondamentale della storia. Il pane perduto è quello che la madre della tredicenne Edith impasta con la farina regalatale da una vicina: un dono inestimabile per una famiglia ebrea numerosa che le leggi razziali hanno ridotto alla povertà più estrema. La lievitazione notturna è l’attesa che accresce la gioia, è la promessa di un giorno in cui la fame, per una volta, non prevarrà su tutto il resto. Promessa tragicamente infranta all’alba, quando i gendarmi ungheresi arrivano per strappare la famiglia al suo giorno speciale: Edith e i suoi famigliari verranno deportati prima in un ghetto, poi ad Auschwitz, e tra i ricordi che la bambina porterà per sempre con sé c’è il pianto disperato della madre per il pane che ha dovuto abbandonare.
“Il pane perduto” colpisce per la quantità di avvenimenti e riflessioni che la scrittrice ungherese riesce a condensare in poche pagine. La sua prosa non lascia spazio ai sentimentalismi e ha proprio per questo un impatto emotivo straordinario sul lettore.
Scrivere in italiano è un rifugio dal dolore, un filtro che permette a Bruck di rievocare gli eventi più tragici della sua vita evitando il riaprirsi di ferite profonde che l’uso della lingua madre provocherebbe. La lucidità del suo racconto si traduce in descrizioni dettagliate dei fatti e in riflessioni puntuali su sentimenti, reazioni e motivazioni delle persone coinvolte. In questo senso, uno dei passaggi più toccanti e difficili riguarda il ricongiungimento di Edith e della sorella Judit con le sorelle maggiori sfuggite alla deportazione e con il fratello sopravvissuto come loro al campo di concentramento: la reazione dei loro famigliari nel rivederle è misurata, quasi fredda. Dopo gli orrori a cui hanno assistito, e dopo un anno di lotta quotidiana per la vita, le due ragazze si aspettano «un mondo che ci attendesse, che si inginocchiasse», e si ritrovano invece a dover mendicare un abbraccio, a essere guardate con perplessità, a vedersi negata la loro esigenza di parlare, di poter tirare fuori tutto il proprio dolore («La nostra voglia di dire ci fermentava dentro»), al punto da chiedersi se era valsa la pena di lottare così tanto («Il nostro avanzo di vita non era altro che un peso»).
Profondamente segnata ma in parte anche forte di questo abisso che si è creato con il resto della famiglia, Edith riesce con sofferenza e vitalità estreme a ricostruirsi una vita: dopo un tentativo di stabilirsi in Israele, quella “terra promessa” che si rivela molto diversa dalla favola che la madre le raccontava per alleviare i morsi della fame, si trasferisce a Zurigo e poi in Italia, dove un destino finalmente benevolo le regala l’amore del marito Nelo Risi e una nuova lingua, in cui Edith può dare finalmente sfogo alla sua «voglia di dire» e spazio alla sua identità di scrittrice, poetessa e testimone infaticabile della tragedia dell’Olocausto. Risuona in tutte le pagine de “Il pane perduto” il valore salvifico della parola scritta. Sin da bambina, Bruck scrive «per necessità, per respirare», e da adulta affida alla musicalità della poesia e all’esattezza della prosa quello che è il fardello più grande ma anche il valore più profondo della sua vita: la memoria di ciò che è stato.
Qualcuno di loro diceva, con l’ultimo sguardo, “no, no, no”, qualcuno balbettava il proprio nome e l’origine, qualcuno riuscì a dire: “Racconta, non ci crederanno, racconta, se sopravvivi, anche per noi”.
Libro: Il pane perduto
Autrice: Edith Bruck
Edizione: La nave di Teseo, 2021
Foto: Maria Lomunno Judd
Briefly in English: Edith Bruck is the youngest daughter of a Hungarian Jewish family which was deported to Auschwitz in 1944, when Edith was only 13. The “lost bread” of the title is the dough that her mother had kneaded the night before the soldiers’ arrival, and that was left behind when the family was torn away from their house. Edith miracolously survives the concentration camp, but returning to life and freedom is not as easy as she expected: she needs to find her place in a world that doesn’t know how to deal with her trauma, and she has to live with terrible memories which is her duty to pass on to future generations.
