“E poi saremo salvi”: fuggire per sopravvivere, fermarsi per trovare pace

Lo strazio della guerra è una ferita che non guarisce, è il passato che riemerge dall’inconscio o da vecchi scatoloni custoditi in un seminterrato. Uno strappo che può rimanere sepolto a lungo, tenuto a bada, sopito; ma poi risale in superficie con il suo fardello di dolore e rimorso. È così per Aida, scappata a sei anni dalla Bosnia incendiata dall’odio etnico e approdata in un’Italia sconosciuta: una nuova terra in cui trovare casa, nella speranza di poter tornare un domani in patria. 

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“Randagi”, le ferite del diventare adulti

Tra i finalisti del Premio Strega di quest’anno alcuni temi sembrano essere ricorrenti: il cambiamento, la ricerca di identità, l’affermazione di sé contro il peso di una generazione precedente i cui valori sono ormai al tramonto ma non sembrano mollare la presa sul presente. Come gli “Spatriati” di Mario Desiati, i “Randagi” di Marco Amerighi abbracciano la vita, ciascuno a proprio modo, per trovarne il senso. È una lotta che spesso implica la fuga e il tentativo più o meno riuscito di sradicarsi dai luoghi d’origine per ricominciare a crescere, più liberi, da qualche altra parte. È un processo segnato sempre dal rifiuto di un retaggio ingombrante, fatto di aspettative, schemi, sentieri già tracciati che impediscono di vivere pienamente.

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“Quel maledetto Vronskij”: la felicità e la disperazione dell’amore

Per Giovanni la felicità è un concetto semplice: una donna con cui condivide la vita da sempre e un lavoro come tipografo che considera una vocazione. Non desidera altro, si muove nella quotidianità sentendosi perfettamente a proprio agio e grato. Ma – come ricorda lui stesso – “la felicità è una cosa sottile, che se la chiami con il suo nome scompare”. E in effetti scompare all’improvviso quando sua moglie Giulia fa le valigie e va via lasciando dietro di sé solo poche parole: “Perdonami, sono stanca. Non mi cercare”.

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