“Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia”: gli oggetti raccontano vite spezzate

È profondo e lieve il modo in cui Michele Ruol racconta la perdita indicibile, il dolore che invade corpo e mente diventando una presenza costante, assoluta. In Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia lo scrittore illumina i dettagli, gli angoli, gli oggetti che popolano distrattamente case e vite, e che diventano improvvisamente protagonisti quando il tempo si ferma e l’ordinario scorrere dell’esistenza si inceppa. Di fronte a un lutto troppo grande, lo sguardo d’insieme non si può sostenere: ci si rifugia allora nei gesti meccanici e negli oggetti del quotidiano. Sono loro, testimoni muti del tempo che fu, a raccontare una storia che intreccia l’assenza presente, i ricordi che arrivano come fitte dal passato, l’inaudita idea di un futuro impossibile da immaginare. 

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“L’invenzione dell’amore”: ritrovarsi nella vita di un altro

Samuel vive un’esistenza priva di guizzi. Dalla sua terrazza osserva i tetti di Madrid e l’affannata vita che scorre tra le vie cittadine, senza sentire l’esigenza di prendere parte a quel caos. Ha superato i quarant’anni e si muove con la stessa indolenza nell’amore e sul lavoro. “Per essere veramente vivo – racconta all’inizio della storia – devi essere disposto a pagare un prezzo per ciò che ottieni. Ed è lì che vacillo. Sto diventando pigro; mi costa pagare per ottenere e tendo ad accontentarmi di quello che arriva gratis, ovvero, di poca roba”. ll placido fluire degli eventi viene interrotto da una telefonata che annuncia la morte di Clara. 

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“Metodi per sopravvivere”: l’empatia che fa breccia nella solitudine

I protagonisti del romanzo di Guðrún Eva Mínervudóttir hanno un elemento comune: la solitudine più o meno esposta, più o meno evidente, ma in ogni caso profonda, capace di chiuderli in una bolla inaccessibile. Ognuno trascina il proprio fardello: un amore non corrisposto o perduto, un episodio infamante, un malessere inesplicabile. Sono anime sconosciute che si incontrano e decidono di percorrere un tratto di strada insieme. 

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“Un dettaglio minore”: destini individuali e tragedia collettiva nel romanzo di Adania Shibli

Nell’estate del 1949 una ragazza araba viene catturata, violentata e uccisa da soldati israeliani in missione nel deserto del Negev per individuare possibili minacce. È trascorso un anno da quella che per il nuovo Stato è la Guerra di indipendenza e per i palestinesi è la Nakba, la catastrofe, che portò all’esodo di 700mila persone. 

A far tornare in superficie una vicenda che sembrava ormai sepolta nel passato è una giovane ricercatrice di Ramallah, colpita da un dato apparentemente insignificante: la brutale uccisione è avvenuta il 13 agosto, esattamente 25 anni prima della sua nascita. Fatalmente attratta da quella coincidenza, inizierà a studiare e approfondire per tirar fuori la verità, per ridare voce a una giovane donna schiacciata dalla storia. “Un gruppo di soldati cattura una ragazza, la stupra e poi la uccide venticinque anni prima che io nasca, questo dettaglio minore a cui altre persone non farebbero neppure caso rimarrà con me per sempre, malgrado me e i miei sforzi per dimenticarlo. Il fatto che sia accaduto realmente non smetterà mai di tormentarmi, perché sono fragile, delicata come gli alberi dritti di fronte a me, oltre il vetro della finestra”. 

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“Caro stronzo”: Virginie Despentes mette a nudo le nostre debolezze

Tutto inizia con un commento denigratorio che lo scrittore quarantenne Oscar Jayack scrive sul profilo di Rebecca Latté, leggendaria attrice ora alle prese con i bilanci, le delusioni e le porte in faccia che arrivano con la mezza età. Tra i due inizia una corrispondenza prima risentita e guardinga, poi sempre più aperta, profonda, sincera. “Caro stronzo” segna l’apertura delle ostilità e insieme l’inizio di un viaggio nelle profondità di sé stessi: specchiandosi nell’esperienza dell’altro, ognuno si ritrova a guardare e portare in superficie le proprie debolezze, paure e meschinità. Lo scambio epistolare è intervallato dai post di Zoé Katana, blogger femminista trentenne, che ha denunciato Oscar per molestie e su internet porta avanti le sue battaglie con la furia di una generazione in realtà fragile. Sui social le sue tesi di rottura e la sua rabbia trovano terreno fertile e ostile insieme: da un lato raggiungono gli altri e le altre permettendo la condivisione di esperienze comuni, dall’altro diventano un boomerang, dando l’autrice in pasto a odiatori e frustrati seriali.

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“Chiedi se vive o se muore”, un viaggio tra i tarocchi per raccontare le relazioni tossiche

Una donna tiene aperte le fauci di un leone. Sembra un gesto gentile, fatto senza fatica. Ma di lavoro, per arrivare a quell’equilibrio, ce n’è voluto tanto. Nell’arcano scelto per la copertina di Chiedi se vive o se muore, La Forza, c’è il contrasto che lettori e lettrici incontreranno nel romanzo: la veemenza dell’istinto, con le sue pulsioni e i suoi impulsi autodistruttivi; la compostezza della ragione che lo domina.

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“Bandito”, la sacralità della vita contro l’orrore della guerra

Sven Elversson, affidato da bambino a un’aristocratica coppia inglese, torna dai suoi genitori nella sua piccola isola in Svezia macchiato dalla più infamante delle colpe: aver mangiato carne umana, spinto dalla disperazione e dalla fame, durante una spedizione al Polo Nord. Nonostante il suo fare umile e servizievole, l’atto empio lo insegue come una maledizione: nessuno riesce a reprimere il disgusto per chi ha osato profanare la sacralità della morte. Persino il parroco, a propria volta in fuga da una dannazione familiare, trova intollerabile ammettere Sven in chiesa e arriva a denunciare il suo misfatto dal pulpito.

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“Cronache private” nell’Italia degli anni ’60: un delitto svela le contraddizioni di un Paese

I fatti di cronaca, per come si snodano e per il modo in cui li si racconta, dicono molto della cultura di un Paese: svelano vizi e preconcetti, tabù, paure, piccole e grandi meschinità. Succede per tanti dei casi che restano nella memoria collettiva, come quello cui si ispira il romanzo di Valentina Parasecolo: l’omicidio di un ragazzino, Ermanno Lavorini, alla fine degli anni Sessanta del Novecento.

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