Sport, collezionismo e beneficenza: la sfida di Arenbì Onlus

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Giulia Tagliapietra (a destra) con due volontari dell’associazione Arenbì Onlus

“Beneficenza a ritmo di bluse”: è il motto che campeggia sul sito di Arenbì Onlus, società non profit capace di trasformare una passione in beneficenza. A crearla è stata Giulia Tagliapietra, 34 anni, allergologa con l’hobby del collezionismo: hobby che l’ha portata nel tempo ad ammassare negli armadi di casa oltre 800 maglie indossate da atleti (soprattutto calciatori), finendo per questo in un trafiletto della rivista Sportweek nel 2009. Poi, nel novembre 2012, l’idea: raccogliere maglie e gadget sportivi e rivenderli online, sostenendo con le somme ottenute piccoli e grandi progetti umanitari. Un’avventura condivisa con sua madre – diventata socia del progetto – e una decina di volontari.

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Giornalisti in Turchia: tra proteste e censura, cosa insegna Gezi Park

Ahmet Abakay

“Negli eventi iniziati in piazza Taksim e poi allargatisi a tutta la Turchia, i giornalisti sono diventati l’obiettivo principale della polizia”.
Ahmet Abakay, presidente dell’Associazione dei giornalisti progressisti della Turchia, traccia un bilancio della condizione dei media nel Paese, messi alla prova dalle proteste di Gezi Park. Da un lato la censura delle tv nazionali, dall’altro piccoli canali indipendenti che hanno trasmesso in diretta le manifestazioni, spesso subendo arresti e perquisizioni.

Quali pericoli hanno corso i giornalisti che hanno deciso di raccontare gli eventi di Occupy Gezi?
Molti di loro sono stati presi in custodia, alcuni picchiati. Ad alcuni è stato impedito di avvicinarsi, impedendo loro di fare il proprio lavoro. Giornalisti e reporter sono stati considerati manifestanti coinvolti nelle proteste e questo è stato fatto coscientemente, perché la polizia e il governo non volevano che fosse rivelata la verità su cosa stava succedendo. Non solo: alcune sedi di giornali, riviste e agenzie stampa sono state perquisite; alcuni redattori sono stati fermati. La stampa è stata trattata come un criminale. L’Akp ha voluto solo le notizie che lo supportassero, rifiutando istituzioni e giornalisti considerati oppositori. È una cosa inaccettabile e contraria alla democrazia, queste azioni si vedono solo nei regimi fascisti, eppure accadono sempre più spesso in Turchia.

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Dal Benfica a Wimbledon, se la maledizione strega lo sport

Fred Perry, Babe Ruth e Béla Guttmann

«Maledizione: fenomeno destinato a prolungarsi nel tempo e a impedire con tragicomici eventi il destinarsi di traguardi gioiosi a opera di sportivi che nessuna colpa hanno commesso, se non quella di nascere al posto e nel momento sbagliati».
Una catena degli infausti avvenimenti di cui sopra s’è interrotta non più indietro di una settimana fa, sui prati tennistici più celebri del pianeta: Andrew Barron Murray è il nome da segnarsi per raccontare di chi ha saputo prendere la storia dello sport e farla svoltare, dopo che la direzione avversa agli inglesi sembrava l’unica possibile dai tempi di Perry Fred. Il prode Frederick vinse il torneo preferito dagli Dei del Gioco – parliamo di Wimbledon – per tre volte. Era il 1936 quando le sue mani delicate e pre-imprenditoriali alzavano il trofeo per l’ultima volta. Fin qui, ancora nulla di strano, manca certo un piccolo dettaglio: nessun suddito di Her Majesty avrebbe più imitato il Perry per qualche tempo; non dieci, non venti, ma settantasette anni.
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Alma, Alua e il dittatore: la storia che imbarazza l’Italia

Alma Shalabayeva e sua figlia Alua

Un dittatore, un dissidente, una donna e una bambina di sei anni. Sono i protagonisti di una vicenda che potrebbe sembrare la trama di un film se non fosse vera, e tremendamente imbarazzante per le istituzioni italiane. Vediamola dall’inizio: Alma Shalabayeva vive in una villa in provincia di Roma con sua figlia Alua, sei anni. È la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, magnate caduto in disgrazia, principale oppositore del dittatore kazako Nursultan Nazarbayev. A marito e moglie è stato concesso asilo politico nel Regno Unito; in seguito ad alcune minacce ricevute, la donna ha abbandonato Londra e dallo scorso autunno è in Italia con regolare passaporto. Fin qui le premesse, ora i fatti: la notte del 28 maggio una cinquantina di uomini della Digos fa irruzione nella villa e preleva la donna, che sarà portata al Cie (Centro di identificazione ed espulsione) ed espulsa con procedura velocissima due giorni dopo, riportata in Kazakistan insieme a sua figlia con un volo privato di una compagnia austriaca. La motivazione ufficiale? Aver presentato agli inquirenti un passaporto centrafricano falso. Accusa rivelatasi infondata lo scorso 25 giugno, quando una sentenza del Tribunale di Roma ha accertato come il documento fosse autentico, sollevando dubbi sulla regolarità delle procedure di espulsione.

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Arte e religione, il Corano si veste d’oro

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(© CB)

Un Corano interamente scritto in oro: Ziya Buyuk, pittore turco 53enne, ci ha lavorato tutti i giorni, dieci ore al giorno, per un anno e mezzo. L’ha finito lo scorso maggio e poche settimane fa l’ha esposto a Istanbul, in quella meraviglia sul Bosforo che è Palazzo Dolmabahçe. Seguiranno mostre in Turchia e all’estero, poi l’idea è quella di vendere l’opera a un museo. “Dipingere iscrizioni sacre è un’arte tradizionale in Turchia. Lo faccio perché voglio lasciare qualcosa dopo la morte” ci dice mentre indica il pannello sul tavolo di lavoro.

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Egitto, l’urlo delle donne fra golpe e rivoluzione

© Mina Edward

Golpe o rivoluzione? Se è vero che le parole sono importanti, lo è più che mai per ciò che succede in questi giorni in Egitto: un precipitare degli eventi che ha visto milioni di persone scendere in piazza per protestare contro il presidente Mohamed Morsi, fino alla comparsa dell’esercito, deus ex machina che ha deposto Morsi e nominato capo di Stato ad interim Adly Mansour, presidente della Corte costituzionale egiziana. Una rivoluzione – secondo il fronte degli oppositori, riunitosi sotto l’etichetta di Tamarod (ribelli) – un golpe per i sostenitori di Morsi e della sua parte politica, quei Fratelli musulmani per decenni banditi dalla vita politica e tornati al potere nelle prime elezioni libere del dopo Mubarak.

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Piccole cose esplodono: gli adolescenti di Paolo Cognetti

Non usano un linguaggio usurato e sciatto, non compiono eclatanti gesti di protesta, non alzano la voce gli adolescenti ribelli che animano i racconti di Paolo Cognetti. Sono figure costruite a partire da una negazione, un’assenza, un vuoto che va colmato e che ogni personaggio riempie a modo suo. Una cosa piccola che sta per esplodere è Mina, protagonista di una delle cinque storie raccolte in un libro scorrevole e puntuale, in cui ogni parola sembra essere lì per un motivo preciso, mai per caso, mai sbagliata. Per lei, narratrice in nuce per cui la scrittura è una sorta di terapia ordinatrice, la grande assente è la figura del padre, ricostruita attraverso storie immaginate eppure reali, invenzioni che nutrono bisogni, parabole che sopperiscono a una mancanza e garantiscono – forse – una fine, un punto, un nuovo ordine possibile e consolatorio. In lei si realizza l’eterna metafora della scrittura come bisogno e consolazione, come ordine contro il disordine: leitmotiv che ritorna, implicito, anche nelle altre storie del libro, e che si manifesta nella pulizia sintattica e nella misura espressiva scelte per raccontare queste vite di ragazzi al limite, sulla soglia di un cambiamento radicale vissuto con adulta compostezza.

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