Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
(Dante Alighieri, Inferno – Canto III)
Per Dante, si sa, non esistevano mezze misure: la punizione o la salvezza arrivavano con chirurgiche leggi del contrappasso, lasciando al poeta viaggiatore l’onere di un giudizio sempre oscillante tra umana comprensione e irriverente compiacimento per il castigo di personaggi particolarmente meritevoli dell’ira divina. Tra questi spiccano gli ignavi, costretti a inseguire un’insegna svolazzante, tormentati da punture di mosconi e vespe, chiusi in un eterno limbo che non è né Paradiso né Inferno, né vita né morte. La loro colpa – la più grave – è il non aver saputo scegliere, non avere trovato il coraggio per decidere, per svolgere il proprio ruolo. E il celebre gran rifiuto, secondo molte interpretazioni, è quello di Celestino V, Papa che non volle fare il Papa, salito al soglio pontificio nel 1294. La scelta di abbandonare il pontificato dopo pochi mesi fu dettata, secondo la tradizione, dal suo spirito di eremita poco avvezzo ai fasti e agli intrighi di palazzo.







