Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
(Dante Alighieri, Inferno – Canto III)
Per Dante, si sa, non esistevano mezze misure: la punizione o la salvezza arrivavano con chirurgiche leggi del contrappasso, lasciando al poeta viaggiatore l’onere di un giudizio sempre oscillante tra umana comprensione e irriverente compiacimento per il castigo di personaggi particolarmente meritevoli dell’ira divina. Tra questi spiccano gli ignavi, costretti a inseguire un’insegna svolazzante, tormentati da punture di mosconi e vespe, chiusi in un eterno limbo che non è né Paradiso né Inferno, né vita né morte. La loro colpa – la più grave – è il non aver saputo scegliere, non avere trovato il coraggio per decidere, per svolgere il proprio ruolo. E il celebre gran rifiuto, secondo molte interpretazioni, è quello di Celestino V, Papa che non volle fare il Papa, salito al soglio pontificio nel 1294. La scelta di abbandonare il pontificato dopo pochi mesi fu dettata, secondo la tradizione, dal suo spirito di eremita poco avvezzo ai fasti e agli intrighi di palazzo.
A molti secoli di distanza, le dimissioni di un altro Papa hanno scosso la cristianità: dietro quel gesto così umano e in fondo così comprensibile, c’è la negazione di un’investitura, c’è una resa rivoluzionaria perché mette in discussione una scelta divina. Illuminanti, in questo senso, le parole con cui Benedetto XVI si è congedato dai fedeli durante la sua ultima udienza: “Il 19 aprile del 2005 ho pensato: Signore, che cosa mi chiedi? È un peso grande quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi sulla Tua parola getterò le reti. In questi otto anni il Signore mi ha guidato, mi è stato vicino, ho potuto sentire la sua presenza ogni giorno. La Chiesa ha vissuto giorni felici, ma anche momenti non facili, nei quali mi sono sentito come San Pietro in barca con i pescatori. Il Signore sembrava dormire, ma ho sempre saputo che in quella barca c’era”.
Non solo età e stanchezza dietro la sua decisione: sicuramente ha pesato anche l’ombra gettata sulla Chiesa dagli scandali degli ultimi anni, dalla pedofilia a Vatileaks, passando per una presunta lobby gay fra le mura leonine. Ma, qualunque sia la vera ragione, resta la scelta consapevole di un uomo che fa un passo indietro e demanda ad altri un compito per cui non si sente più all’altezza.
Un gesto che ha fatto pensare al Papa dubbioso e fragile portato sul grande schermo da Nanni Moretti in Habemus Papam. Lo sguardo impaurito dipinto sul volto di Michel Piccoli per tutta la durata del film è quello di un uomo che si sente troppo piccolo, che rifiuta un destino già scritto, che si sottrae a regole sentite come soffocanti. Ma il coraggio sta proprio nel lusso di mostrare la debolezza, l’inadeguatezza che tante volte la Chiesa nasconde al suo popolo e a se stessa. Fino alle parole finali del film, quell’appello ai fedeli che suona come una disperata, liberatoria richiesta d’aiuto: “Io sento di essere tra coloro che non possono condurre ma devono essere condotti. In questo momento posso dire soltanto: pregate per me; la guida di cui avete bisogno non sono io, non posso essere io”.
