“A Ghost in the Throat”: poesia oltre il tempo

A Ghost in the Throat è un libro difficile da descrivere: la scelta di parole che ne mettano il risalto il lirismo e la straordinaria originalità è ardua. Pubblicato da Tramp Press, una casa editrice indipendente dal catalogo interessante, è stato il caso editoriale del 2020 in Irlanda e Regno Unito: la rivista letteraria Stinging Fly lo ha addirittura definito “pietra miliare della letteratura irlandese”.

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Jenny Diski: le intuizioni e l’ironia di una saggista brillante

Jenny Diski era in grado di scrivere di qualsiasi argomento. Che si trattasse di un saggio autobiografico, di un romanzo, della recensione di una pubblicazione accademica o dell’ultima biografia di un esponente più o meno controverso della famiglia reale, la scrittrice britannica riusciva sempre a esporre le sue idee con distacco, profondità e ironia, con uno stile inconfondibile e con una concretezza che la teneva ancorata alla realtà e lontana dalle facili etichette. La realtà fluida e indefinita era il suo habitat naturale: analizzava tutto in prospettiva e disprezzava i giudizi categorici. Nel suo lavoro di scrittrice, non vedeva una netta differenza fra narrativa e saggistica: i suoi romanzi sono pieni di memorie di vita vissuta; nei saggi, il distacco critico convive con il marchio forte della sua personalità e della sua sincerità disarmante.

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Giornalisti in Turchia: tra proteste e censura, cosa insegna Gezi Park

Ahmet Abakay

“Negli eventi iniziati in piazza Taksim e poi allargatisi a tutta la Turchia, i giornalisti sono diventati l’obiettivo principale della polizia”.
Ahmet Abakay, presidente dell’Associazione dei giornalisti progressisti della Turchia, traccia un bilancio della condizione dei media nel Paese, messi alla prova dalle proteste di Gezi Park. Da un lato la censura delle tv nazionali, dall’altro piccoli canali indipendenti che hanno trasmesso in diretta le manifestazioni, spesso subendo arresti e perquisizioni.

Quali pericoli hanno corso i giornalisti che hanno deciso di raccontare gli eventi di Occupy Gezi?
Molti di loro sono stati presi in custodia, alcuni picchiati. Ad alcuni è stato impedito di avvicinarsi, impedendo loro di fare il proprio lavoro. Giornalisti e reporter sono stati considerati manifestanti coinvolti nelle proteste e questo è stato fatto coscientemente, perché la polizia e il governo non volevano che fosse rivelata la verità su cosa stava succedendo. Non solo: alcune sedi di giornali, riviste e agenzie stampa sono state perquisite; alcuni redattori sono stati fermati. La stampa è stata trattata come un criminale. L’Akp ha voluto solo le notizie che lo supportassero, rifiutando istituzioni e giornalisti considerati oppositori. È una cosa inaccettabile e contraria alla democrazia, queste azioni si vedono solo nei regimi fascisti, eppure accadono sempre più spesso in Turchia.

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Alma, Alua e il dittatore: la storia che imbarazza l’Italia

Alma Shalabayeva e sua figlia Alua

Un dittatore, un dissidente, una donna e una bambina di sei anni. Sono i protagonisti di una vicenda che potrebbe sembrare la trama di un film se non fosse vera, e tremendamente imbarazzante per le istituzioni italiane. Vediamola dall’inizio: Alma Shalabayeva vive in una villa in provincia di Roma con sua figlia Alua, sei anni. È la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, magnate caduto in disgrazia, principale oppositore del dittatore kazako Nursultan Nazarbayev. A marito e moglie è stato concesso asilo politico nel Regno Unito; in seguito ad alcune minacce ricevute, la donna ha abbandonato Londra e dallo scorso autunno è in Italia con regolare passaporto. Fin qui le premesse, ora i fatti: la notte del 28 maggio una cinquantina di uomini della Digos fa irruzione nella villa e preleva la donna, che sarà portata al Cie (Centro di identificazione ed espulsione) ed espulsa con procedura velocissima due giorni dopo, riportata in Kazakistan insieme a sua figlia con un volo privato di una compagnia austriaca. La motivazione ufficiale? Aver presentato agli inquirenti un passaporto centrafricano falso. Accusa rivelatasi infondata lo scorso 25 giugno, quando una sentenza del Tribunale di Roma ha accertato come il documento fosse autentico, sollevando dubbi sulla regolarità delle procedure di espulsione.

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Egitto, l’urlo delle donne fra golpe e rivoluzione

© Mina Edward

Golpe o rivoluzione? Se è vero che le parole sono importanti, lo è più che mai per ciò che succede in questi giorni in Egitto: un precipitare degli eventi che ha visto milioni di persone scendere in piazza per protestare contro il presidente Mohamed Morsi, fino alla comparsa dell’esercito, deus ex machina che ha deposto Morsi e nominato capo di Stato ad interim Adly Mansour, presidente della Corte costituzionale egiziana. Una rivoluzione – secondo il fronte degli oppositori, riunitosi sotto l’etichetta di Tamarod (ribelli) – un golpe per i sostenitori di Morsi e della sua parte politica, quei Fratelli musulmani per decenni banditi dalla vita politica e tornati al potere nelle prime elezioni libere del dopo Mubarak.

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Tennis, show e mondanità sul green carpet di Wimbledon

Roger Federer © Lucy Clark

Per parlare di cos’è diventata la saga di Wimbledon, un anno esatto dopo che i prati dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club sono stati anche dépendance olimpica, vien voglia di fidarsi di uno che qualcosa da questi rettangoli s’è portato via: André Agassi da Las Vegas, Nevada, celebre per l’autobiografico caso editoriale archiviato come Open e perché iridato in tutti i Grand Slam e pure medagliato dell’oro olimpico. Il marito di Steffi Graf ha sostenuto, alla vigilia dell’evento più importante del tennis 2013, che questa sia l’epoca più decisiva della storia del tennis, almeno maschietto: mai s’era visto – dice André – un momento in cui tre fenomeni dello spessore di Roger Federer, Rafa Nadal e Novak Djokovic giocassero tutti assieme; tutti e tre (sul primo non ci sono dubbi, gli altri hanno ancora tempo) potrebbero mettere almeno un gettone di prenotazione al tavolo di Più Grande Giocatore di Sempre.

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“Il gigante si è svegliato”: Westminster si tinge di verdeoro

2013-06-18 17.43.57

Martedì pomeriggio a Westminster, Londra, non c’era neanche l’ombra del consueto, proverbiale grigiore: una folla colorata e urlante l’ha spazzato via. A Old Palace Yard, ai piedi della statua dedicata a Giorgio V, i brasiliani di Londra insieme a partecipanti di tutte le nazionalità hanno manifestato la loro vicinanza ai connazionali coinvolti nelle proteste che, partite da San Paolo ormai una settimana fa, si sono diffuse rapidamente in tutto il Paese e sono diventate oggetto di repressione durissima da parte delle autorità.Continua a leggere…

“We have already won”. Letter from a Turk to his country

© Engin Korkmaz

In the last few weeks I have been talking with many Turkish people: I listened to their stories, looked at pictures and videos they had sent me, chatted with them. I felt their hope and their anger, trying to understand their feelings and express them in my articles. Then, when you get emails like this one, a journalistic summary suddenly seems to be useless: you realize that such an email cannot be shortened and the only thing you can do is to translate it as literally as possible so that you don’t miss a word; because every sentence is important and the testimony of a young man has turned into a declaration of love for his people and his country. Here is the letter:

I am trying to follow international media since the start of the Turkish Resistance but I don’t think there is enough coverage from the world media that asks and answers these questions: ‘Who are they?’ and ‘What are they trying to do?’. I can’t blame them, even most of my friends who resist with me can’t clearly understand what is actually going on right now.