Dal Benfica a Wimbledon, se la maledizione strega lo sport

Fred Perry, Babe Ruth e Béla Guttmann

«Maledizione: fenomeno destinato a prolungarsi nel tempo e a impedire con tragicomici eventi il destinarsi di traguardi gioiosi a opera di sportivi che nessuna colpa hanno commesso, se non quella di nascere al posto e nel momento sbagliati».
Una catena degli infausti avvenimenti di cui sopra s’è interrotta non più indietro di una settimana fa, sui prati tennistici più celebri del pianeta: Andrew Barron Murray è il nome da segnarsi per raccontare di chi ha saputo prendere la storia dello sport e farla svoltare, dopo che la direzione avversa agli inglesi sembrava l’unica possibile dai tempi di Perry Fred. Il prode Frederick vinse il torneo preferito dagli Dei del Gioco – parliamo di Wimbledon – per tre volte. Era il 1936 quando le sue mani delicate e pre-imprenditoriali alzavano il trofeo per l’ultima volta. Fin qui, ancora nulla di strano, manca certo un piccolo dettaglio: nessun suddito di Her Majesty avrebbe più imitato il Perry per qualche tempo; non dieci, non venti, ma settantasette anni.
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Tennis, show e mondanità sul green carpet di Wimbledon

Roger Federer © Lucy Clark

Per parlare di cos’è diventata la saga di Wimbledon, un anno esatto dopo che i prati dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club sono stati anche dépendance olimpica, vien voglia di fidarsi di uno che qualcosa da questi rettangoli s’è portato via: André Agassi da Las Vegas, Nevada, celebre per l’autobiografico caso editoriale archiviato come Open e perché iridato in tutti i Grand Slam e pure medagliato dell’oro olimpico. Il marito di Steffi Graf ha sostenuto, alla vigilia dell’evento più importante del tennis 2013, che questa sia l’epoca più decisiva della storia del tennis, almeno maschietto: mai s’era visto – dice André – un momento in cui tre fenomeni dello spessore di Roger Federer, Rafa Nadal e Novak Djokovic giocassero tutti assieme; tutti e tre (sul primo non ci sono dubbi, gli altri hanno ancora tempo) potrebbero mettere almeno un gettone di prenotazione al tavolo di Più Grande Giocatore di Sempre.

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Abitare la soglia: affacciarsi all’infinito attraverso il cinema

Ulisse e le sirene – Herbert James Draper, 1909

Anno di grazia 1895. Sigmund Freud e Josef Breuer pubblicano gli Studi sull’isteria, il primo formula il concetto di inconscio e prende il via quella che egli stesso ebbe a definire “terza rivoluzione”, dopo quelle copernicana e darwiniana. Altra rivoluzione, non meno clamorosa, si sta compiendo altrove, negli stessi istanti. Louis e Auguste Lumière mostrano per la prima volta al pubblico le capacità di un macchinario di loro invenzione e chiamato cinématographe. Sarebbe miopia intenzionale quella di considerare la contemporaneità dei due eventi una mera coincidenza: cinema e psicoanalisi sono tecniche che sollevano, scardinano la tradizionale concezione del soggetto e sono quindi specchi di un’epoca che maturò in maniera decisiva questa messa in questione. Soggetto e percezione sono tematiche filosofiche se mai ne siano esistite alcune e per questo psicoanalisi e cinema ricevono le attenzioni privilegiate dei filosofi contemporanei. Massimo Donà si dedica proprio all’arte delle immagini-movimento, portando in scena il sempre atteso Platone e un altro attore invece più sorprendente.

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Dal figurativo all’informale. Ezio Soldini racconta la sua pittura

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Ezio Soldini

Ezio Soldini è un pittore la cui carriera merita di essere celebrata: per la tenacia delicatamente energica con cui l’ha attraversata, per la capacità non comune di farne un tragitto – artistico e spirituale – e perché i suoi disegni, i suoi dipinti figurativi e quelli informali, compongono un nucleo espressivo che racconta molto dell’arte, dell’importanza di non incatenarla alle definizioni e ai generi. La mostra antologica che Soldini espone fino al 14 luglio nell’elegante galleria del Museo Lechi a Montichiari, in provincia di Brescia, è un allestimento in tre momenti – i disegni, la pittura figurativa e l’informale – destinati a diventare uno, sotto gli occhi dello spettatore. Dell’opera e dell’estetica di Ezio Soldini abbiamo parlato con lo stesso artista.

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Fausto De Stefani, genti e montagne dell’Himalaya

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Fausto De Stefani

La folta barba di Fausto De Stefani, i suoi occhi capaci di uguali profondità e sensibilità sia nel sorriso sia nella durezza, la rapidità e il vigore delle sue mani; tutto concorre a fare dell’alpinista – secondo italiano a vincere la sfida di tutti gli 8.000 metri – un narratore fuori dal comune, un affabulatore cui non si può e non si vuole resistere. Il viaggio e il racconto stanno insieme, nel corpo e nella vita di De Stefani, e questa unità si manifesta nel suo rapporto così prezioso con i bambini, pubblico privilegiato che ricambia con entusiasmo la sua dedizione.

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Abbandonarsi alla morte dolce: la nuova dignità dell’ultima scelta

AcrobataCliniche della morte dolce. Il tema della morte, dell’ingresso nella morte, ha deciso e decide divieti, regole, costumi e tabù di pressoché ciascuna aggregazione umana della storia. In una civiltà, quella che siamo abituati a chiamare occidentale, che ha eliminato le privazioni e le negatività come mai in altre epoche, la morte ha progressivamente cessato di rappresentare un evento tanto ineluttabile quanto imprevedibile. Le implicazioni di questo processo hanno fatto sì che l’immaginario della morte divenisse sempre meno il disegno di un confronto col Destino e sempre più il simbolo della capacità individuale di dominare il proprio, di destino.

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L’ideologia del rifiuto: una via di fuga dalle imperfezioni della realtà

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The Dead Mother and Child, 1897-9, particolare (Edvard Munch)

Confrontandomi negli ultimi anni con colleghi ed amici, mi sono reso conto che, sempre più spesso, le nostre posizioni andavano divergendo in merito alla situazione politica italiana e alle tendenze elettorali degli italiani. Poco a poco mi sono trovato a mettere in dubbio – e, dopo aver dubitato, anche ad abbandonare – molte mie convinzioni dettate dal sentire politico. Mi rendevo conto sempre di più che esse iniziavano a mettermi a disagio prima, farmi paura poi. La tendenza ad essere schifati dal degrado dell’attuale classe politica italiana, l’ho trovata una via di fuga troppo comoda e una salvezza troppo semplicistica.

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Il voto come l’amore: affidarsi all’altro in nome di un sogno

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Les amants – particolare (René Magritte, 1928)

L’amore è probabilmente il luogo in cui ci disponiamo quando, sorpresi dall’abbandono della consapevolezza, non siamo più sottoposti alle nostre stesse remore e, diciamo, «amiamo incondizionatamente». Si tratta, sembra, di qualcosa che diventa molto diverso dall’attrazione erotica: non è tanto o soltanto una questione di andare oltre il desiderio sessuale ma, per quanto la sorgente dell’amore sia così spesso proprio quella voglia di possedere ed essere posseduti, l’assoluzione dalle condizioni è uno spazio nuovo dalle caratteristiche irriducibili ad analogie o modelli in scala ridotta. Si consideri, innanzitutto, che rispetto al ribollire delle membra generato dalla brama erotica, un fermento che non ci si può pentire di definire “rivoluzionario”, l’amore sembra assolutamente destinato a un atteggiamento conservatore, quando non reazionario. Questo non significa affatto che amare comporti una condizione più pacifica, meno perturbante; è vero semmai il contrario: abitare lo stato dell’assenza di dubbi porta il sangue a bruciare nelle vene con ancor maggiore intensità. Si prende infatti a badare, in ciascun istante e per ogni dove, alle minacce di cambiamento che vengono da fuori, da chi o cosa osi tentare di insinuarli, quei dubbi che sono chissà come scomparsi. Un’angoscia spesso inversamente proporzionale, peraltro, alla concreta esistenza di tali minacce.

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