Il voto come l’amore: affidarsi all’altro in nome di un sogno

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Les amants – particolare (René Magritte, 1928)

L’amore è probabilmente il luogo in cui ci disponiamo quando, sorpresi dall’abbandono della consapevolezza, non siamo più sottoposti alle nostre stesse remore e, diciamo, «amiamo incondizionatamente». Si tratta, sembra, di qualcosa che diventa molto diverso dall’attrazione erotica: non è tanto o soltanto una questione di andare oltre il desiderio sessuale ma, per quanto la sorgente dell’amore sia così spesso proprio quella voglia di possedere ed essere posseduti, l’assoluzione dalle condizioni è uno spazio nuovo dalle caratteristiche irriducibili ad analogie o modelli in scala ridotta. Si consideri, innanzitutto, che rispetto al ribollire delle membra generato dalla brama erotica, un fermento che non ci si può pentire di definire “rivoluzionario”, l’amore sembra assolutamente destinato a un atteggiamento conservatore, quando non reazionario. Questo non significa affatto che amare comporti una condizione più pacifica, meno perturbante; è vero semmai il contrario: abitare lo stato dell’assenza di dubbi porta il sangue a bruciare nelle vene con ancor maggiore intensità. Si prende infatti a badare, in ciascun istante e per ogni dove, alle minacce di cambiamento che vengono da fuori, da chi o cosa osi tentare di insinuarli, quei dubbi che sono chissà come scomparsi. Un’angoscia spesso inversamente proporzionale, peraltro, alla concreta esistenza di tali minacce.

È davvero troppo azzardare che l’amante si comporti nei suoi rapporti (proto)coniugali come gli accade negli orientamenti elettorali? Certo, l’amore non capita sempre, ma quando accade di incontrare la persona ideale, l’Uomo dei Sogni, non si è disposti a considerare l’eventualità di una sua imperfezione, non fino a quando non sia quella stessa incarnazione dei nostri desideri a tradirci e, spesso, nemmeno allora. Sembra interessante proseguire nell’affermazione: la persona che entra nella nostra vita e, ci accorgiamo senza accorgercene, finiamo per amare incarna un sogno, il sogno di cambiarci e “salvarci” la vita. Diremo, del fare di sé terreno di simile conquista, un carattere decisivo del fenomeno politico, inteso come l’affidarsi a un Salvatore. Il Messia, ci insegna la religione cristiana, va amato di un amore che è cieca fede, senza domande, misteriosa per sua stessa essenza. Questo è il tipo di amore che i salvatori suscitano e che, incondizionatamente, i loro sostenitori provano. Il Salvatore ci fa vivere un Sogno, in cambio non dovremmo almeno amarlo con tutti noi stessi? Alla domanda dello scettico: «Cosa può fare di buono per te?», l’amante risponderà: «Tutto». Sotto la vergogna che impone il silenzio, arde l’orgoglio che viene dal desiderio, anzi, dal sentimento. La parafrasi di quel «Tutto» è: «Può continuare a raccontarmi il Sogno».

Così l’oscenità, la spudoratezza, la messa in scena delittuosa del Salvatore non è un di meno, ma è la diversità che lo rende unico, con uno dei cliché romantici più abusati vorremmo dire che “sono i difetti che si finisce per amare di più”. E tutto il desiderio, attraverso la rappresentazione narrativa del Salvatore, diventa il nostro, irraggiungibile e sempre rinnovato. Quando siamo chiamati alla scelta tra Giustizia e Amore, vogliamo affermare di saper esaltare la prima liquidando il secondo? Presuntuosi. Forse bugiardi. Certo non innamorati.

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