“Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia”: gli oggetti raccontano vite spezzate

È profondo e lieve il modo in cui Michele Ruol racconta la perdita indicibile, il dolore che invade corpo e mente diventando una presenza costante, assoluta. In Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia lo scrittore illumina i dettagli, gli angoli, gli oggetti che popolano distrattamente case e vite, e che diventano improvvisamente protagonisti quando il tempo si ferma e l’ordinario scorrere dell’esistenza si inceppa. Di fronte a un lutto troppo grande, lo sguardo d’insieme non si può sostenere: ci si rifugia allora nei gesti meccanici e negli oggetti del quotidiano. Sono loro, testimoni muti del tempo che fu, a raccontare una storia che intreccia l’assenza presente, i ricordi che arrivano come fitte dal passato, l’inaudita idea di un futuro impossibile da immaginare. 

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“Maleuforia”, cuore e viscere nei bassifondi di Napoli


“Mo ti dico ‘na cosa, nenna: i bordelli so’ posti di sangue. Non c’hai mai pensato, scummetto, eppure tu pulisci le stanze di tutte quante. A chi dice che so’ posti di sentimento o conforto io ci sputo n’faccia. Sangue di mestruo, sangue di mazzate, sangue di culi-rotti, sangue di vitenuove e vitevecchie, sangue di sante e sangue di plebaglia. Ogni volta che ci sta un sangue nuovo succede qualcosa. Tu hai tirato il sangue da mio figlio. Mo per mettere a posto ‘e cose serve il tuo”.
Vita e morte, sacro e profano, ombra e luce: questa è Napoli, una delle città più belle del mondo. Scenario prodigioso di Maleuforia, opera prima di Deborah D’Addetta per Giulio Perrone Editore.

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“L’invenzione dell’amore”: ritrovarsi nella vita di un altro

Samuel vive un’esistenza priva di guizzi. Dalla sua terrazza osserva i tetti di Madrid e l’affannata vita che scorre tra le vie cittadine, senza sentire l’esigenza di prendere parte a quel caos. Ha superato i quarant’anni e si muove con la stessa indolenza nell’amore e sul lavoro. “Per essere veramente vivo – racconta all’inizio della storia – devi essere disposto a pagare un prezzo per ciò che ottieni. Ed è lì che vacillo. Sto diventando pigro; mi costa pagare per ottenere e tendo ad accontentarmi di quello che arriva gratis, ovvero, di poca roba”. ll placido fluire degli eventi viene interrotto da una telefonata che annuncia la morte di Clara. 

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“Metodi per sopravvivere”: l’empatia che fa breccia nella solitudine

I protagonisti del romanzo di Guðrún Eva Mínervudóttir hanno un elemento comune: la solitudine più o meno esposta, più o meno evidente, ma in ogni caso profonda, capace di chiuderli in una bolla inaccessibile. Ognuno trascina il proprio fardello: un amore non corrisposto o perduto, un episodio infamante, un malessere inesplicabile. Sono anime sconosciute che si incontrano e decidono di percorrere un tratto di strada insieme. 

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“Di me non sai”, il lato inquieto e sfuggente dell’amore

Di me non sai. La premessa insita nel titolo è la chiave di volta dell’opera prima di Raffaele Cataldo. Lucio è fulminato dalla bellezza di quel ragazzo che osserva dalla finestra mentre lentamente fuma una o più sigarette. La prima volta che lo vede è tra i pendolari appena scesi da un treno regionale, si distingue dalla massa per la sua giacca a vento di un fucsia acceso. Quel ragazzo biondo ed etereo ben presto acquisisce un nome, Davide. Merito del destino o più banalmente delle app per incontri che ci intercettano in ogni dove?

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