
Quando senti la notizia “giornalisti rapiti o fermati” in qualche zona di guerra, la prima reazione è una specie di rifiuto. Del tipo: è successo ad altri, è una cosa lontana, non può succedere a me. Quando invece la notizia si avvicina, e in qualche modo ti tocca, l’effetto si amplifica e arriva con tutta la sua forza. È quello che ho provato quando ho sentito la notizia dei quattro italiani fermati in Siria, al telefono da un collega. Lo stesso collega con cui li avevo incontrati dieci giorni fa, la domenica di Pasqua, in quel crocevia di popoli e culture che è Antiochia. Noi di ritorno da un viaggio nel Sud est della Turchia, loro in partenza per il confine con la Siria, pronti a superarlo per realizzare un reportage sulla vita quotidiana nel Paese martoriato dalla guerra.
Non li conoscevo, li ho visti per la prima volta lì, in un albergo della città in cui abbiamo riso del più e del meno, condividendo analisi politiche, aneddoti quotidiani, prospettive e qualche timore per l’avventura che li aspettava. Ecco, quando si sente la notizia che riguarda “altri”, li si allontana congelandoli nell’etichetta di ‘giornalisti’, professionisti che sono lì per lavoro. Questa volta la notizia è stata uno schiaffo perché l’ho associata ai volti delle persone che avevo davanti, soprattutto i più giovani – Susan e Andrea – con cui ho passeggiato il giorno dopo per i vicoli della città vecchia, tra un tè e una visita a una chiesa cristiana. Mentre scrivo e spero che tutto si risolva velocemente per il meglio, rivedo la loro schietta simpatia, la passione per il lavoro e per le storie, un po’ di paura mista alla voglia di partire.
Il progetto che portavano avanti per ıl programma La Storia siamo noi con il giornalista Rai Amedeo Ricucci, è un esperimento di giornalismo partecipativo, con collegamenti quotidiani con studenti in Italia, in modo da informare e mantenere acceso l’interesse sulle condizioni che la popolazione siriana è costretta a vivere nel conflitto che da due anni sta insanguinando il Paese. Un esempio della loro voglia di raccontare, facendo conoscere la reale condizione delle persone sul campo. Un progetto che spero possano riprendere presto, con la stessa determinazione con cui li ho lasciati.
