
Quando senti la notizia “giornalisti rapiti o fermati” in qualche zona di guerra, la prima reazione è una specie di rifiuto. Del tipo: è successo ad altri, è una cosa lontana, non può succedere a me. Quando invece la notizia si avvicina, e in qualche modo ti tocca, l’effetto si amplifica e arriva con tutta la sua forza. È quello che ho provato quando ho sentito la notizia dei quattro italiani fermati in Siria, al telefono da un collega. Lo stesso collega con cui li avevo incontrati dieci giorni fa, la domenica di Pasqua, in quel crocevia di popoli e culture che è Antiochia. Noi di ritorno da un viaggio nel Sud est della Turchia, loro in partenza per il confine con la Siria, pronti a superarlo per realizzare un reportage sulla vita quotidiana nel Paese martoriato dalla guerra.
