Giornalisti in Turchia: tra proteste e censura, cosa insegna Gezi Park

Ahmet Abakay

“Negli eventi iniziati in piazza Taksim e poi allargatisi a tutta la Turchia, i giornalisti sono diventati l’obiettivo principale della polizia”.
Ahmet Abakay, presidente dell’Associazione dei giornalisti progressisti della Turchia, traccia un bilancio della condizione dei media nel Paese, messi alla prova dalle proteste di Gezi Park. Da un lato la censura delle tv nazionali, dall’altro piccoli canali indipendenti che hanno trasmesso in diretta le manifestazioni, spesso subendo arresti e perquisizioni.

Quali pericoli hanno corso i giornalisti che hanno deciso di raccontare gli eventi di Occupy Gezi?
Molti di loro sono stati presi in custodia, alcuni picchiati. Ad alcuni è stato impedito di avvicinarsi, impedendo loro di fare il proprio lavoro. Giornalisti e reporter sono stati considerati manifestanti coinvolti nelle proteste e questo è stato fatto coscientemente, perché la polizia e il governo non volevano che fosse rivelata la verità su cosa stava succedendo. Non solo: alcune sedi di giornali, riviste e agenzie stampa sono state perquisite; alcuni redattori sono stati fermati. La stampa è stata trattata come un criminale. L’Akp ha voluto solo le notizie che lo supportassero, rifiutando istituzioni e giornalisti considerati oppositori. È una cosa inaccettabile e contraria alla democrazia, queste azioni si vedono solo nei regimi fascisti, eppure accadono sempre più spesso in Turchia.

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Arte e religione, il Corano si veste d’oro

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(© CB)

Un Corano interamente scritto in oro: Ziya Buyuk, pittore turco 53enne, ci ha lavorato tutti i giorni, dieci ore al giorno, per un anno e mezzo. L’ha finito lo scorso maggio e poche settimane fa l’ha esposto a Istanbul, in quella meraviglia sul Bosforo che è Palazzo Dolmabahçe. Seguiranno mostre in Turchia e all’estero, poi l’idea è quella di vendere l’opera a un museo. “Dipingere iscrizioni sacre è un’arte tradizionale in Turchia. Lo faccio perché voglio lasciare qualcosa dopo la morte” ci dice mentre indica il pannello sul tavolo di lavoro.

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“Noi abbiamo già vinto”. Lettera di un turco al suo Paese

© Engin Korkmaz

Nelle ultime settimane ho parlato con molti ragazzi turchi: ho ascoltato i loro racconti, guardato foto e video che mi mandavano, chiacchierato con loro in chat. Ho raccolto la loro speranza e la loro rabbia, cercando di capirle e farle passare in un articolo. Poi, quando arrivano email come questa, la sintesi giornalistica appare di colpo inutile: allora ti rendi conto che un’email così non la puoi tagliare, che l’unica cosa da fare è tradurla il più fedelmente possibile per non perdere neanche una parola. Perché ogni frase parla da sola, e quella che era la testimonianza di un ragazzo, si è trasformata in una dichiarazione d’amore per la sua gente e il suo Paese. Ecco la lettera:

Sto cercando di seguire i media internazionali dall’inizio della Resistenza turca, ma non penso che ci sia sufficiente copertura da parte dei mezzi di comunicazione su questi quesiti: “Chi sono?” e “Cosa stanno cercando di fare?”. Non posso prendermela con loro, persino la maggior parte dei miei amici che resiste insieme a me non riesce a capire con chiarezza quello che sta succedendo.

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Taksim: il volto pacifico della protesta

police&flowersNon solo scontri e violenze. Mentre le manifestazioni continuano in tutta la Turchia e l’Associazione dei medici turchi diffonde il drammatico bollettino di oltre 4mila feriti e 3 morti in cinque giorni di proteste, c’è anche spazio per momenti positivi. Nella foto, una ragazza porge fiori alla polizia ad Ankara, dove ieri sera i cortei si sono svolti nel quartiere di Kizilay senza gravi incidenti. Stesso scenario a Istanbul in piazza Taksim, cuore di OccupyGezi, che ha visto i manifestanti riunirsi pacificamente con balli e musica. Curiosa poi l’iniziativa di centinaia di anonimi sostenitori del movimento, che hanno ordinato per i giovani in piazza migliaia di panini da una famosa catena di fast-food a domicilio. Il destinatario? Semplicemente: Taksim.

Turchia, scontri e morti. Non si ferma l’ondata anti-Erdoğan

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Una manifestazione dei turchi residenti a Francoforte

Ancora proteste in Turchia: non si placa la rabbia della gente che continua a manifestare contro la politica autoritaria e filo-islamica del premier Recep Tayyp Erdoğan. Questa mattina il segretario generale della Fondazione turca per i diritti umani, Metin Bakkalci, ha ufficializzato la notizia della morte cerebrale di un ragazzo, ferito con un colpo di pistola alla testa durante gli scontri di ieri ad Ankara. L’altra vittima di cui si ha notizia ufficiale è un ragazzo travolto da un taxi lanciatosi sulla folla che occupava una superstrada a Istanbul. Dall’inizio degli scontri, venerdì scorso, ci sono stati mille feriti a Istanbul, 700 ad Ankara, e oltre 1700 persone sono stare arrestate (molte poi rilasciate). Intanto cortei di solidarietà si svolgono nelle piazze di tutto il mondo: nella foto, mandataci da una ragazza turca che chiede di restare anonima, la manifestazione di Francoforte.

Istanbul: cariche e lacrimogeni sugli indignados di Gezi Park

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Si infiammano le strade di Taksim, uno dei quartieri più noti e più turistici di Istanbul. Dalla notte del 26 maggio scorso, centinaia e poi migliaia di cittadini sono scesi in piazza per protestare contro l’abbattimento di una delle poche aree verdi della città per costruire un centro commerciale. Durissima la reazione della polizia, che da due giorni sta caricando la folla con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. Almeno un centinaio i feriti secondo l’Istituto per la sanità di Istanbul, tra cui un deputato del partito curdo Bdp, Sırrı Süreyya Önder, e Ahmet Sik, giornalista turco famoso per un libro critico verso il governo. Secondo alcune fonti, non confermate, una donna sarebbe morta in seguito agli scontri.

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Muffa, la cortina di dolore sul cuore di chi resta

KUFLento, quasi immobile. Come la vita di chi ha perso un figlio e si è fermato lì, a quell’attimo sempre più lontano eppure sempre presente. È la percezione di questa lentezza che contraddistingue Muffa, opera prima del regista turco Ali Aydin, storia di un uomo che non si rassegna alla scomparsa del figlio, studente universitario, di cui si sono perse le tracce 18 anni prima. La colpa? Aver contestato le autorità turche: il riferimento è ai “desaparecidos” curdi degli anni ’90, migliaia di persone arrestate o fatte sparire all’interno di un conflitto che in trent’anni ha causato quasi 40mila vittime. La grande storia diventa una patina marcescente, una muffa appunto, che logora l’anima di chi aspetta notizie e si ostina a scrivere ogni mese al governo per avere indietro quel figlio o almeno un corpo su cui piangere.

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Se Mozart sfida Maometto: condannati tweet ironici contro l’Islam

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Il compositore turco Fazıl Say

“Dopo il verdetto della corte sono triste per la mia nazione. Sono deluso per la libertà di stampa. Sono preoccupato più per lo stato della libertà di parola e di pensiero in Turchia che per la mia sentenza”. Così Fazıl Say, 43 anni, compositore turco definito dalla stampa tedesca “il nuovo Mozart”, ha commentato la sentenza di una corte di Istanbul che l’ha condannato a una pena di dieci mesi (sospesa) per “aver offeso i sentimenti religiosi di una parte della società”. La colpa di Say, ateo e oppositore del partito Akp di Erdogan – al governo da undici anni – è quella di aver ritwittato dal proprio profilo le parole del poeta persiano Umar Kayyam, che prendevano in giro il Paradiso musulmano, e di aver ironizzato sulla frettolosa chiamata alla preghiera di un muezzin (“Perché tanta fretta? Un’amante o il raki?” – tradizionale bevanda alcolica turca, ndr).

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