
“Dopo il verdetto della corte sono triste per la mia nazione. Sono deluso per la libertà di stampa. Sono preoccupato più per lo stato della libertà di parola e di pensiero in Turchia che per la mia sentenza”. Così Fazıl Say, 43 anni, compositore turco definito dalla stampa tedesca “il nuovo Mozart”, ha commentato la sentenza di una corte di Istanbul che l’ha condannato a una pena di dieci mesi (sospesa) per “aver offeso i sentimenti religiosi di una parte della società”. La colpa di Say, ateo e oppositore del partito Akp di Erdogan – al governo da undici anni – è quella di aver ritwittato dal proprio profilo le parole del poeta persiano Umar Kayyam, che prendevano in giro il Paradiso musulmano, e di aver ironizzato sulla frettolosa chiamata alla preghiera di un muezzin (“Perché tanta fretta? Un’amante o il raki?” – tradizionale bevanda alcolica turca, ndr).
Come riporta il quotidiano Hürriyet, Say avrebbe scherzato su alcuni precetti religiosi citando i versi di Kayyam: “Dite che scorreranno fiumi di vino. Il giardino dell’Eden è forse un’osteria? Dite che darete due vergini ad ogni musulmano. Il giardino dell’Eden è forse un bordello?”. Parole inaccettabili per alcuni islamici conservatori, che lo hanno denunciato alla procura di Istanbul. Immediate le reazioni nel Paese e nel mondo: artisti e scrittori turchi hanno manifestato sorpresa e vicinanza a Say, mentre all’estero è risuonata forte la voce delle organizzazioni per i diritti umani e dell’Unione europea, “preoccupata” per una sentenza che “sottolinea l’importanza per la Turchia di rispettare pienamente la libertà di espressione”.
In ogni caso, come commenta l’editorialista di Hürriyet Murat Yetkin, la decisione del tribunale è “una vergogna”, arrivata paradossalmente nel momento in cui la Turchia poteva far vedere al mondo il proprio volto aperto e tollerante. Ieri, nello stesso giorno della sentenza, il ministro della Cultura turco aveva partecipato al lancio della Fiera del libro di Londra, che quest’anno è dedicata proprio alla letteratura turca. Nel giro di poche ore, Ankara ha dunque mostrato le sue contraddizioni, le mille facce di un Paese che fatica a trovare un equilibrio tra le sue identità.
