Thatcher, Londra divisa per l’ultimo saluto alla lady di ferro

thatcherPochi personaggi hanno diviso tanto in vita, e in morte, come Margaret Thatcher nata Roberts, figlia di un droghiere diventata la prima donna a conquistare l’accesso al numero 10 di Downing Street nel 1979, mantenendo la premiership fino al 1990, anno del passo indietro in seguito a malumori interni al partito. Eletta per tre volte, ha guidato la Gran Bretagna nel tempo delle contestazioni sociali, degli scioperi, degli attentati dell’Ira. Sue sono le scelte impopolari dei tagli alla spesa, del braccio di ferro con i sindacati, della forza nelle relazioni interne e internazionali, con la risposta militare all’occupazione argentina delle isole Falkland nel 1982. Leader e anima dei conservatori, è stata la paladina del libero mercato, delle privatizzazioni, del rilancio dell’economia attraverso i tagli alla spesa e di un’opposizione radicale all’Unione europea. A farne un personaggio così controverso è stato il suo carattere, quel suo essere fortemente donna in un mondo di uomini. Tra le mille frasi passate alla storia, c’è la rivendicazione di una nuova consapevolezza tutta femminile: “Se in politica vuoi che qualcosa venga detto chiedi a un uomo, se vuoi che venga fatto chiedi a una donna”.

Non era una frase casuale, né una boutade lanciata lì; era la cifra della sua vita, ricomposta nel film che qualche anno fa aveva portato sullo schermo la sua esistenza privata negli anni bui della vecchiaia e della malattia. The Iron Lady, diretto da Phyllida Lloyd e interpretato da una splendida Meryl Streep, aveva cercato di guardare dietro la corazza inossidabile di una leonessa della politica. Aveva indagato le debolezze, le esitazioni, le incertezze di una donna decisa a scardinare le etichette del proprio ruolo e a lottare il doppio per imporsi in un contesto maschilista e conservatore. “Non mi dà alcun fastidio se i miei ministri parlano, purché facciano quello che dico io”: erano i suoi modi schietti, rigidi e fermi a renderla invisa a buona parte del suo stesso partito e a un’opinione pubblica sfiancata dalla crisi economica e dalle sue ricette per risolverla.

D’altronde, l’essere donna è sempre stata una componente essenziale del suo agire politico: in nessun momento Thatcher ha sentito il bisogno di adottare uno stile maschile, di assecondare i colleghi, di cambiare il proprio atteggiamento. Il pugno di ferro si accompagnava a una profonda femminilità, ostentata – e ben sottolineata nel film – con il giro di perle al collo, le décolleté ai piedi, la borsetta aperta e chiusa con un elegante movimento delle mani, la messa in piega perfetta sul capo leggermente inclinato.

Una donna forte che divide anche oggi, nel giorno dei suoi funerali solenni nella cattedrale di St. Paul a Londra, con duemila invitati e migliaia di poliziotti schierati in una città blindata. Anche oggi, gli inglesi si spaccano tra chi la ricorda come la donna che ha cambiato in meglio il Paese, e chi la contesta per le divisioni sociali e le differenze economiche che ha contribuito a creare. Nonché per la cifra – dieci milioni di sterline – spesa per le esequie. Di certo, lei i detrattori li avrebbe liquidati laconica con un’alzata di spalle: “Amo discutere. Mi piace il dibattito e non mi aspetto che tutti siano là seduti a darmi ragione: non è quello il loro dovere”.

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