Mancano poche ore al lancio ufficiale della Digital Public Library of America (DPLA), ambiziosa iniziativa destinata a «rendere accessibili a tutti gli americani, e in seguito al resto del mondo, le collezioni di proprietà di biblioteche di ricerca, archivi e musei, online e senza alcun costo».
Il progetto, nato ad Harvard nell’Ottobre del 2010 durante un meeting fra quaranta esperti (accademici e dirigenti di biblioteche e fondazioni), affonda le proprie radici nel passato, ovvero nell’importanza della comunicazione e della stampa sostenuta dall’Illuminismo e nella convinzione di Jefferson e Franklin che le idee in libera circolazione costituissero di fatto le fondamenta dello Stato. Inevitabilmente, però, guarda al futuro: alle nuove tecnologie, che ne stanno rendendo possibile la realizzazione, e alle prossime generazioni, che lo utilizzeranno come risorsa di informazione e crescita.
L’immensa biblioteca sarà di fatto non un unica grande collezione digitale, ma un network di database messi a disposizione dalle istituzioni culturali partecipanti (biblioteche, fondazioni, musei sparsi in tutta l’Unione) e fruibili tramite la piattaforma DPLA. Il suo nucleo centrale è al momento costituito da libri, manoscritti e opere d’arte già disponibili in formato digitale presso i singoli enti coinvolti, e intorno ad esso la biblioteca andrà costruendosi e arricchendosi con l’aggiunta graduale di nuovi documenti. L’obiettivo è duplice: da una parte ampliare, dall’altra migliorare la fruizione dei diversi campi della cultura.
Non solo, quindi, una fetta sempre più vasta della popolazione mondiale avrà accesso a materiale fino ad ora di difficile reperibilità, ma difatti questo stesso materiale, costituito in maggioranza da documenti antichi, consentirà di rivolgersi direttamente alle “fonti” del sapere, aggirandone censure, revisioni, false interpretazioni. Un valore inestimabile per le scuole, se gli insegnanti saranno in grado di gestirlo al meglio.
Uno dei promotori del progetto, lo storico di Harvard Robert Darnton, fa notare come la DPLA sia sorta sul lavoro volontario di gruppi sparsi in tutti gli Stati Uniti, focalizzati sulle diverse problematiche coinvolte (tra cui gestione, finanziamenti, tecnologie, copyright) e aperti alla collaborazione di un network di utenti sempre più vasto, coinvolto in dibattiti online ma anche in riunioni a Washington, San Francisco e Chicago. Ancora sul volontariato si è basata la ricerca del software più adeguato: quaranta esperti hanno sottoposto i loro progetti, che sono stati poi sperimentati sino alla realizzazione della piattaforma e del network di database.
Vedremo come il DPLA saprà aggirare gli inevitabili problemi di copyright che già hanno decretato, in passato, la fine dell’analogo progetto di Google. Per il momento, l’esclusione del database di opere ancora in commercio fa sperare in una collaborazione dell’industria editoriale, mentre si pensa anche di far ricorso alla legge sul fair use che prevede, fra le altre cose, delle “eccezioni” alle leggi sul copyright per propositi di particolare valore: necessità di ricerca e opportunità di progresso, per esempio, o possibilità di fruizione delle fonti da parte di cittadini con particolari disabilità.
Un progetto, quello della DPLA, che se portato a termine potrà fare la differenza in termini di crescita collettiva. Ma anche, una nuova sfida per l’industria culturale e per il mercato del libro in particolare, che potrebbe in parte risultarne arricchito, grazie alla disponibilità e alla facile reperibilità di un numero sempre maggiore di fonti, ma che si vedrà costretto, di nuovo, a reinventarsi. Pensiamo ad esempio all’editoria scolastica e universitaria: quale senso, quale forma, quale collocazione nel mercato rivolto alle prossime generazioni di studenti?
