L’ideologia del rifiuto: una via di fuga dalle imperfezioni della realtà

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The Dead Mother and Child, 1897-9, particolare (Edvard Munch)

Confrontandomi negli ultimi anni con colleghi ed amici, mi sono reso conto che, sempre più spesso, le nostre posizioni andavano divergendo in merito alla situazione politica italiana e alle tendenze elettorali degli italiani. Poco a poco mi sono trovato a mettere in dubbio – e, dopo aver dubitato, anche ad abbandonare – molte mie convinzioni dettate dal sentire politico. Mi rendevo conto sempre di più che esse iniziavano a mettermi a disagio prima, farmi paura poi. La tendenza ad essere schifati dal degrado dell’attuale classe politica italiana, l’ho trovata una via di fuga troppo comoda e una salvezza troppo semplicistica.

Credo che, a tutti gli effetti, questo tipo di distacco non solo non sortisca alcun effetto reale nel superamento del presunto degrado che con esso si intende criticare, bensì che in esso si situi una leva ideologica di potenza ineguagliabile e, allo stato attuale, direi essenziale per il riprodursi della narrazione che esso afferma di detestare. In altri termini: l’incantesimo ideologico compiuto in questi anni è stato non tanto e non solo raggiungere capillarmente chi, per proprio retroterra, era già conquistabile, quanto piuttosto spingere l’orrore dei potenziali avversari fino al rifiuto. Un rifiuto che si è fatto tipico – ammesso che una stima del genere sia stendibile – di chi possiede mezzi informativi e culturali superiori alla media, vien quasi da dire degli “intellettuali”.

Siamo alla costituzione di un modello della realtà partendo da un ideale morale che dovrebbe fondarla come vivibile in quanto sana e tendente al miglioramento, in direzione proprio di quell’ideale. Un concetto in sé nient’affatto nuovo, ma anche tutt’altro che superato; per resistere all’insopportabile di cui il reale si impregna si compie una fuga precipitosa, giustificandola con la meta idealizzata. Una ritirata che alimenta la propria pretesa dignità vestendo i guanti bianchi dell’assoluto. La purezza della propria coscienza, sveglia e acculturata, non merita di essere insozzata dai costumi di una società corrotta.

In questi termini si stanno definendo i tratti di un moralismo senza che siano particolarmente singolari, peraltro; quello che invece trovo notevole, per quanto sia facile obiettare che Bene e Male non possono essere argomenti politici attuali, è l’enorme difficoltà del tenersi a distanza da tale moralismo. Il fascino attrattivo esercitato da tale sistema di pensiero è, oggi, vertiginoso e ritengo che la ragione di tale potenza sia da ascrivere alla circolazione che la macchina mediatica gli garantisce, facendone il proprio sottotesto, il proprio doppio osceno.

Fondamentalmente evocare l’anatema mala tempora currunt, a metà tra il rimpianto di non si sa bene quale età dell’oro e un desiderio apocalittico di fare tabula rasa di tutto e tutti, è di nuovo una presunzione di conoscenza dei veri valori culturali salvifici per l’umanità. C’è una credenza profondamente metafisica in questo presunto ed è una credenza che condivide le origini con l’idolatria e, in certa parte, con la religione: la società realizzata perché progredita, il trionfo della cultura intellettuale come completamento platonico del pensiero, l’umanità vera in quanto veramente libera. Valori su cui oggi il discorso è bandito, vige la proibizione di discuterli, innanzitutto politicamente, li si sottintende come naturali e inviolabili, tanto inviolabili che la loro violazione non è constatata, non indigna. Questo perché la loro presunta umanità – ovvero universalità per gli esseri umani – altro non è che motivo di separazione, nel caso che descriviamo di separazione gerarchica decisa da quella parte che si vuole estranea al degrado, che lo addita per potersene distinguere, che si arroga il possesso dei valori e si rammarica di essere una minoranza (rallegrandosene in privato, ben sapendo che in ciò sta la propria identità), che rinuncia all’impegno per non uscirne sporcata.

Così, in un paradosso metafisico, lo sguardo rimane ben fisso sull’icona del reale idealizzato (conosciuto benché inconoscibile, in quanto inesistente), non viene mai puntato in direzione del reale realizzato (trasformato nell’immagine dell’ignoto con l’utopica speranza di soffocarne la forza d’esistenza). In questi anni mi avvolgo e riduco ripetutamente attorno a un interrogativo che, tuttavia, dà le vertigini, per quanto improvviso e profondo apre l’abisso: perché non tentare di dire che questo, l’attuale è il modo in cui le cose funzionano? Che la situazione non è affatto una stortura della realtà bensì il modo in cui essa si reifica?

A questo punto, viene spesso intimato un’allerta giustificazionista, come se iniziare dal riconoscere che il meccanismo attuale funziona significasse implicitamente schierarsi a favore di esso. Qui si sta parlando, invece, dell’esigenza di resistere alla tentazione di distogliere lo sguardo: al rifiuto, opporre il desiderio; passare dalla chiusura degli occhi e della bocca ad affondare le braccia nella melma per scrivere sulla sua superficie nuove direzioni, nuove intenzioni.

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