La parabola umana di Novecento: intervista a Eugenio Allegri

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Eugenio Allegri – Teatrostabiletorino.it

Un attore che con le sue interpretazioni sta scrivendo la storia del teatro italiano, Eugenio Allegri ha recitato qualsiasi genere: cominciando da ragazzino con i primi esperimenti del teatro nelle scuole, è passato dal teatro popolare, a quello classico fino al teatro di narrazione e al monologo. Allegri nasce a Collegno (TO) nel 1956. Frequenta le Scuole Medie presso l’Istituto “Giuseppe Peano” di Torino, dove ha come insegnante il professor Antonio Di Molfetta, fondatore nel 1974 del Collettivo Teatro di Base; nel 1979 si diploma presso la “Scuola di Teatro di Bologna”, gestita dalla cooperativa Nuova Scena e diretta dall’attrice torinese Alessandra Galante Garrone. Il suo curriculum è fitto di collaborazioni con alcuni fra i più importanti nomi del teatro, da Jacques Lecoq a Leo De Bernardinis a Dario Fo.

Ma è nel 1994 che la necessità, da tempo sentita, di un lavoro personale sotto forma di monologo si concretizza per Eugenio Allegri nell’incontro con Gabriele Vacis e Alessandro Baricco. Tre torinesi uniti producono quello che è stato un grande successo: Novecento, monologo teatrale scritto da Alessandro Baricco, come da lui stesso precisato nella prefazione al testo pubblicato da Feltrinelli, «per un attore Eugenio Allegri, e un regista Gabriele Vacis», e negli anni affermatosi come spettacolo cult del panorama teatrale Italiano. È al termine di una delle recenti repliche di Novecento che abbiamo incontrato Eugenio Allegri e gli abbiamo rivolto alcune domande.

Il pubblico che viene a teatro per assistere a Novecento cosa deve aspettarsi da questo spettacolo?
Dev’essere disponibile a entrare in una storia fantastica e lasciarsi andare.
Quando Alessandro Baricco mi ha consegnato il copione, ho avuto la sensazione di essere di fronte a una bellissima storia, che riguarda quella parte intima della nostra esistenza, i nostri desideri, la nostra determinazione a essere sempre noi stessi, pur con la paura di affrontare il mondo. Novecento è insomma una bellissima metafora dell’essere umani in questo mondo, anche se tutta la vicenda si svolge non sulla terraferma ma su una nave, sul mare. Il che contribuisce a rendere ancor più straordinaria questa fiaba.

A suo avviso, a diciotto anni dalla sua scrittura, cosa questo testo ha ancora da dire?
Novecento ha ancora da dire molto, perché noto che sta cambiando la generazione di chi viene ad assistere allo spettacolo.
C’è stata una fase, durata tre o quattro anni, in cui ho interrotto le repliche di Novecento e appena l’ho ripreso nel 2006 sono tornati a teatro coloro i quali l’avevano già visto, ma portando giovani amici, i loro figli, una nuova generazione di spettatori, dimostrando come questo racconto attraversi il tempo e le età. Per questo credo ci sia la possibilità da parte del pubblico di ragionare e riflettere ancora su questo testo.
Poi, Novecento è tradotto in tutto il mondo, sta diventando quello che si dice un cult, e molti a questa storia si sono affezionati, se ne sono innamorati.
Quindi penso che il pubblico abbia ancora la possibilità, attraverso questo racconto, di porsi delle domande circa il proprio sguardo sul mondo, magari in contemporanea con l’attore che interpreta il monologo.

Quale crede sia il segreto del successo di pubblico e critica che Novecento riscuote da tanti anni?
Gabriele Vacis ha avuto una bella intuizione per quanto riguarda l’allestimento scenico, molto semplice ed essenziale. Ma credo che il merito sia della sinergia creatasi in quel gruppo di lavoro, composto da Vacis, Roberto Tarasco, Lucio Diana (che ha composto le musiche per lo spettacolo) e naturalmente Alessandro Baricco, che con la sua meravigliosa scrittura ha dato vita a una storia geniale. Si è creato qualcosa di perfettamente tagliato per il teatro, che è poi la ragione stessa per cui Novecento è nato, e anche il segreto del suo immutato successo, a mio avviso.

Faceva cenno alla scenografia semplice, quasi spartana, di Novecento. E, tra l’altro, in una recente intervista ha dichiarato che le ragioni di queste scelte scenografiche sono dettate anche dalle ristrettezze economiche del periodo…
Forse, quando lo spettacolo è nato, nel 1994, non si avvertiva ancora questa crisi del teatro a livello di possibilità di costruire delle scenografie. In quel momento è nata come esigenza d’estetica, ben interlacciata con l’etica del racconto. L’idea del monologo è infatti quella di evocare gli spazi, il tempo, i luoghi, quindi una scenografia troppo imponente avrebbe impedito di raggiungere questo scopo.
Naturalmente nel tempo si è rivelata una scelta molto utile dal punto di vista economico e oggi avere uno spettacolo agile (ed economicamente possibile) ci aiuta a dare agli spettatori la sensazione di essere effettivamente stati a teatro, augurandosi che ne escano sempre in qualche modo scossi.

Lei ritiene che in Italia si faccia abbastanza per incentivare la cultura teatrale?
È palese che non si sta facendo abbastanza, possiamo anzi dire che non si sta facendo quasi niente. C’è un chiaro indebolimento sul piano culturale e parlo anche degli operatori teatrali.
Ci sono tuttavia molti giovani impegnati nel settore e questo è il segno tangibile che c’è la voglia e la possibilità di cambiare le cose. Ma nel contempo c’è una generazione di operatori molto legati a una tradizione incartapecorita e ripiegata su se stessa, per cui raramente si riesce a fare qualcosa di innovativo. I giovani non hanno spazio, le loro proposte non trovano interlocutori e credo sia innanzitutto questo il problema principale: non abbiamo coraggio, siamo un Paese di gente che non ha il coraggio di fare niente di nuovo e senza coraggio non possiamo uscire da questa situazione di stallo.

Antonio Di Molfetta è l’insegnante che Le ha trasmesso l’interesse per il teatro quando era ancora un ragazzo; successivamente ha conosciuto Vittorio Franceschini con il quale ha portato in scena elaborazioni sul tema della scuola e del diritto allo studio.
Cosa ritiene che sia cambiato quando parliamo di interesse della scuola per la cultura, per la letteratura, per il teatro, e cosa ritiene nel contempo sia rimasto immutato quando parliamo di difficoltà di affermazione del diritto allo studio?
Il problema della nostra società è che c’è poca trasversalità, si dialoga molto poco tra elementi della collettività. Se penso ad Antonio di Molfetta, invece, penso a quella generazione di insegnanti in grado di trasferirci il coraggio di fare delle cose nuove, lo stesso coraggio di cui parlavamo prima.
Certo, alla nostra generazione non sono forse state date le risposte alle domande che ponevamo e vedo che oggi c’è una generazione che invece non sa ben formulare le domande. E credo le due cose siano strettamente collegate: tutto ciò che non ha trovato risposta anni fa si trasferisce nel fatto che oggi i giovani si sono un po’ persi.
Ma ho la sensazione che i giovani abbiano una fortissima voglia di cambiare le cose ed è nostro dovere spronarli a farlo.

Lei si è formato con grandi nomi del teatro, come Jaques Lecoq e Dario Fo, e ha collaborato con personaggi di spicco come Leo De Bernardinis. Tuttavia una sua costante sembra essere il dedicarsi ai giovani attori, promuovendoli e realizzando laboratori in tutta Italia. Cosa la spinge a continuare a ritagliarsi del tempo per dedicarsi a queste attività?
Intravedo nei giovani grandi possibilità. Vedo, in coloro che si avvicinano a me, al mio lavoro, come a molti miei colleghi, una necessità di cogliere, quasi rubare la conoscenza, perché c’è la necessità di costruire un nuovo corso e non posso non essere attratto da questa cosa.
Non tutti gli attori hanno un’indole pedagogica, certo, ma io ho cominciato a fare teatro in una scuola e credo fortemente nel teatro come fonte di educazione della società e non solamente come espressione artistica. Credo che insegnare ai giovani e più ancora avere scambi fecondi con loro, che è una esperienza che vivo quotidianamente, sia una cosa da fare proprio perché hanno voglia di imparare.

Potrebbe darci un consiglio letterario? Ci sono un autore o un libro che apprezza particolarmente?
Sono legato in particolare ad alcuni libri di autori del nord Europa o di cultura tedesca. Ad esempio ho nel cuore Opinioni di un clown di Heinrich Böll, che ho letto a vent’anni, ma che mi ha lasciato un segno profondo. Fra questi mi viene in mente anche Il profumo di Patrick Süskind. Ci sono poi letture imprescindibili, come gli autori russi: ho amato molto i Lev Tolstoj, Fëdor Dostoevskij e Vladimir Majakovskij. Ma anche La strada di Cormac McCarthy è uno degli ultimi libri letti che ho apprezzato particolarmente.

Angela Pansini

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