“La traversata notturna”: in cammino tra le vie di Torino per dare un senso al passato

La traversata che dà il titolo al romanzo di Andrea Canobbio comincia con una valigia piena di lettere e una pila di agende fitte di appunti. Le lettere sono quelle che i genitori dell’autore si scambiarono all’inizio del loro amore: era il periodo in cui, circondati dalle macerie della guerra, iniziavano a gettare le fondamenta della loro vita insieme ed erano proiettati verso un futuro di progettualità e tranquilla intimità familiare. Le agende, in cui il padre di Canobbio registrava gli avvenimenti del proprio lavoro di ingegnere in tutti i minimi dettagli, contengono spiragli sulla sua vita personale e su quello che è poi il fulcro del romanzo: la depressione che lo ha afflitto per trent’anni e suoi effetti sul resto della famiglia.

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“Strega”: l’amicizia tra donne come strumento di libertà

Romanzo di formazione, moderna fiaba gotica, allegoria femminista: varie sono le definizioni che sono state date di Strega, esordio della scrittrice e traduttrice svedese Johanne Lykke Holm che tanto successo ha riscosso sin dalla prima pubblicazione nel 2021. Definizioni giuste ma inadatte, se prese singolarmente, a descrivere un libro i cui vari livelli di significato vengono alla luce gradualmente, magari nel corso di varie riletture.

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V13: quando la cronaca giudiziaria diventa letteratura

V13 è il nome in codice del processo per le stragi parigine del 13 novembre 2015: quel giorno, un venerdì sera che i testimoni ricordano gioioso e insolitamente caldo, furono massacrate 130 persone in una serie di attacchi terroristici culminati nell’eccidio del Bataclan e in seguito rivendicati dallo Stato Islamico.

Apertosi l’8 settembre 2021 e durato 9 mesi, il V13 è considerato un pezzo importante della storia giudiziaria francese ed europea e al tempo della sua celebrazione attirò giornalisti da tutto il mondo, decisi di fatto a mettere in pausa le proprie vite per mesi e a dedicarsi esclusivamente ad ascoltare e riportare l’orrore delle testimonianze dei sopravvissuti e dei famigliari delle vittime, le argomentazioni dei pubblici ministeri e degli avvocati della difesa, le deposizioni incerte e i silenzi degli imputati. Ai giornalisti inviati dal quotidiano francese “Obs” si unisce Emmanuel Carrère, con il compito di fornire sul processo una prospettiva un po’ diversa da quella dei suoi colleghi. Reduce dal successo di Yoga, in cui aveva parlato in buona sostanza di sé stesso, Carrère intraprende un percorso del tutto diverso e scrive sul processo una serie di articoli settimanali che compariranno non solo su “Obs”, ma anche su “El Pais” e “Repubblica”, e che sono poi stati raccolti a ampliati in V13.

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“Randagi”, le ferite del diventare adulti

Tra i finalisti del Premio Strega di quest’anno alcuni temi sembrano essere ricorrenti: il cambiamento, la ricerca di identità, l’affermazione di sé contro il peso di una generazione precedente i cui valori sono ormai al tramonto ma non sembrano mollare la presa sul presente. Come gli “Spatriati” di Mario Desiati, i “Randagi” di Marco Amerighi abbracciano la vita, ciascuno a proprio modo, per trovarne il senso. È una lotta che spesso implica la fuga e il tentativo più o meno riuscito di sradicarsi dai luoghi d’origine per ricominciare a crescere, più liberi, da qualche altra parte. È un processo segnato sempre dal rifiuto di un retaggio ingombrante, fatto di aspettative, schemi, sentieri già tracciati che impediscono di vivere pienamente.

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“Nova”: la lotta eterna fra ragione e istinto

È necessario ammettere, a scapito di questa recensione e di tutto ciò che è stato scritto e detto su Nova di Fabio Bacà, che per godere appieno di questo romanzo bisogna accostarvisi senza saperne nulla. La lettura di Nova è infatti un viaggio imprevedibile e di continua scoperta, in cui i personaggi si fanno sempre più complessi e le tinte sempre più fosche, in un’evoluzione accompagnata da una modulazione sapiente del ritmo e del tono.

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“Spatriati”: partire o restare, alla ricerca di sé

In “Spatriati” Mario Desiati porta a termine un esperimento letterario interessante. Costruisce infatti un romanzo dai molteplici livelli di lettura a partire da una parola, quella che dà il titolo al libro, che nel dialetto di Martina Franca, terra d’origine sia dello scrittore che dei personaggi di cui racconta, assume diversi significati. Spatriète è chi abbandona i luoghi d’origine per cercare fortuna altrove, ma è anche, in un’accezione più negativa, chi non ha collocazione nel proprio gruppo sociale e non trova quella sistemazione definitiva che la mentalità di provincia richiede: una pecora nera, insomma. Infine, è “spatriata” una persona fuori dagli schemi, decisa a trovare la propria strada lontano dai percorsi precostituiti.

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“Euforia”: se l’ossessione amorosa oscura il talento

È indiscutibile che il talento femminile ai tempi del patriarcato sia subordinato al giudizio sulla vita privata di chi lo possiede, e la figura di Sylvia Plath è l’epitome di questa realtà. La sua depressione cronica e la storia tormentata con Ted Hughes, sfociati nel suicidio a 31 anni, hanno preso il sopravvento, nei media e nell’immaginario collettivo, su un talento letterario che ha generato La campana di vetro e un’opera poetica degna del Pulitzer.

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“Un amore”, soffocare nella nebbia fitta dell’incomunicabilità

Uno dei meriti di “Un amore” di Sara Mesa è la capacità di disorientare. È un romanzo che fa trattenere il respiro, come succede davanti a un quadro di difficile interpretazione: i colori sono scuri, le figure nebulose, traspare un senso di inquietudine, ma chi guarda non riesce a superare l’incertezza, non saprebbe puntare il dito contro cosa (quale figura, quale tecnica) sia responsabile di quell’angoscia, di quel senso di chiusura asfittica. Sembra quasi che la nebbia dell’incomunicabilità, uno dei temi fondamentali del libro, traspiri dalle pagine e avvolga chi legge.

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