“Il corpo in cui sono nata”, elogio poetico della diversità

Il titolo di questo romanzo, scritto nel 2011 e appena uscito in Italia nella bella traduzione di Federica Niola, fa riferimento agli ultimi versi di Song di Allen Ginsberg, che fanno anche da epigrafe al libro: “Yes, yes / that’s what / I wanted, / I always wanted, / I always wanted, / to return / to the body / where I was born”. Per il poeta americano, il ritorno al corpo in cui era nato significava di fatto conoscere sé stesso: ritrovare la propria essenza, liberarla dalle costrizioni esterne e farne il proprio stile di vita.

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“Le vite nascoste dei colori”: percepire la realtà in ogni sua sfumatura

Mio è una ragazza dagli occhi speciali: la natura le ha donato la capacità di percepire i colori in tutte le loro tonalità, anche quelle per cui non esiste un nome. È una qualità che le si addice, perché Mio discende da una famiglia che da generazioni cuce, ricama e colora shiromuku, i tradizionali kimono nuziali: un’arte in cui la percezione dei minimi dettagli è fondamentale. È un dono che da bambina quasi la travolge, con quella esplosione di colori che la attende al risveglio ogni mattina, ma che in età adulta diventa il suo lavoro e la sua visione della realtà.

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“La figlia unica”: gli infiniti volti della maternità

Volendo descrivere questo libro con una sola frase, si potrebbe dire che La figlia unica di Guadalupe Nettel è un inno alla vita. Intrecciando tre storie piene di dolore umano, Nettel celebra quel flusso incontenibile del vivere che le persone testardamente cercano di limitare e orientare e da cui inevitabilmente restano travolte e trasformate in esseri più consapevoli, più saggi.

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La scrittura di Dostoevskij secondo Paolo Nori: una ferita che “sanguina ancora” e brucia di vita

C’è scritto “romanzo” sulla copertina di Sanguina ancora di Paolo Nori, nonostante si tratti di un libro che palpita di vita vera. Nori alterna episodi della straordinaria biografia di Fëdor Michajlovič Dostoevskij a frammenti del suo quotidiano di studioso, traduttore, appassionato di letteratura russa, e lo fa con uno stile leggero e l’umorismo gioioso di chi vuole trasmettere un sentimento viscerale per uno scrittore da cui in troppi si sentono intimiditi.

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“L’anno che a Roma fu due volte Natale”: una favola nera per raccontare vite ai margini

L’anno che a Roma fu due volte Natale si apre con una scena di mare invernale: la neve cade sulla spiaggia del Villaggio Tognazzi, sul litorale romano, sotto gli occhi esterrefatti e sognanti di Alfreda, che vive vicino a quella spiaggia da anni e non l’ha mai vista coperta di neve. È eccitata e felice, potrebbe addirittura decidere di uscire, se non fosse che la porta di casa sua non è facile da raggiungere: bisogna prima farsi strada fra le torri di oggetti di cui Alfreda si è circondata, da brava accumulatrice seriale. C’è di tutto, da pile di giornali a vecchi elettrodomestici rotti, e nella sporcizia proliferano gli insetti.

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“Il libro delle case”: una vita raccontata mattone per mattone

La storia di una vita si può raccontare da un’infinità di punti di vista. Ci si può limitare a riportarne gli avvenimenti più importanti, la si può analizzare in relazione a un particolare sfondo storico o sociale, la si può guardare con gli occhi delle altre persone che ne hanno fatto parte e che ne sono testimoni. Ne Il libro delle case, Andrea Bajani decide di raccontare la vita di un uomo descrivendo i luoghi in cui ha vissuto, le case in cui ha abitato o è stato di passaggio in diverse fasi della sua vita e in cui inevitabilmente la sua storia ha impresso delle tracce.

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“Cara pace”, due sorelle in simbiosi tra le macerie di una famiglia

Come si sopravvive ad una famiglia che è il contrario di un porto sicuro? In che modo i legami famigliari ci plasmano e condizionano, quando la struttura che li sostiene crolla e a tenerli insieme è il filo sottile e inaffidabile del trauma? Sono questi alcuni dei temi che Lisa Ginzburg esplora nelle figure di Maddalena e Nina, sorelle e protagoniste di Cara Pace.

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“Due vite”: la scrittura come antidoto al distacco

Il titolo dell’ultimo romanzo di Emanuele Trevi ammette varie interpretazioni. Due sono le vite raccontate: quelle di Rocco Carbone e Pia Pera, scrittori e intellettuali scomparsi troppo presto con cui Trevi strinse un’amicizia decennale e viscerale. Due sono le esistenze che a tutti vengono concesse: la prima reale e fisica, «fatta di sangue e respiro», la seconda meno tangibile, fatta dei ricordi di chi ci ha conosciuto e amato. Due, infine, sembrano essere in questo saggio autobiografico le vite vissute dallo stesso Trevi: una come parte del trio, in cui la letteratura è viva, una conversazione costante e in continua evoluzione su temi e linguaggi; l’altra, successiva alla morte dei suoi due amici, in cui la letteratura è ricordo e la scrittura è metafora delle vite di Carbone e Pera nella loro complessità.

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