“Il pane perduto”: sopravvivere all’orrore per rinascere e non dimenticare

Il titolo di questo romanzo autobiografico di Edith Bruck rievoca, rendendolo indelebile nella memoria del lettore, un momento fondamentale della storia. Il pane perduto è quello che la madre della tredicenne Edith impasta con la farina regalatale da una vicina: un dono inestimabile per una famiglia ebrea numerosa che le leggi razziali hanno ridotto alla povertà più estrema. La lievitazione notturna è l’attesa che accresce la gioia, è la promessa di un giorno in cui la fame, per una volta, non prevarrà su tutto il resto. Promessa tragicamente infranta all’alba, quando i gendarmi ungheresi arrivano per strappare la famiglia al suo giorno speciale: Edith e i suoi famigliari verranno deportati prima in un ghetto, poi ad Auschwitz, e tra i ricordi che la bambina porterà per sempre con sé c’è il pianto disperato della madre per il pane che ha dovuto abbandonare.

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“La casa delle madri”, il senso della condizione umana in un labirinto di stanze

Il romanzo di esordio di Daniele Petruccioli si apre con la descrizione di una casa nel momento di passaggio tra due vite. È quasi l’alba: le stanze vuote, i pavimenti bucati e polverosi, le finestre sempre aperte per mitigare l’odore pungente del cemento fresco attendono l’arrivo degli operai che gradualmente daranno alla casa una nuova identità, in accordo con quella dei nuovi proprietari. Il nuovo, però, non cancella del tutto le tracce di ciò che lo ha preceduto: le storie, i fantasmi di chi ha vissuto in quella casa restano una presenza costante che si mescola al presente, e di volta in volta le vite che si susseguono in uno spazio circoscritto si stratificano, ne impregnano i muri, ne costituiscono l’essenza.

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“Austerlitz”, in pellegrinaggio sulle vie della memoria

Jacques Austerlitz è un uomo colto e solitario che vive nell’East End di Londra, in un appartamento piccolo e spartano. È un professore di storia dell’architettura appassionato di edifici grandiosi e carichi di storia: stazioni, fortezze, biblioteche, luoghi pubblici su cui lo scorrere del tempo e il cammino incessante degli umani hanno lasciato il segno; spazi che, al di là della funzione specifica a cui sono destinati, assorbono e conservano la Storia, ma anche le storie personali di chi vi si trova di passaggio.

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Le confessioni di una giovane tedesca alla ricerca di identità e redenzione

Un monologo dissacrante, onesto, amaro e divertente sul concetto di identità, sulla difficoltà di scoprirla e di accettarla. Si ha la conferma, leggendo “Un cazzo ebreo”, di come la distinzione fra l’individuale e il collettivo non sia mai netta e che ugualmente illusoria sia la possibilità di lasciarsi il passato alle spalle senza sentirne costantemente il peso.

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“A Ghost in the Throat”: poesia oltre il tempo

A Ghost in the Throat è un libro difficile da descrivere: la scelta di parole che ne mettano il risalto il lirismo e la straordinaria originalità è ardua. Pubblicato da Tramp Press, una casa editrice indipendente dal catalogo interessante, è stato il caso editoriale del 2020 in Irlanda e Regno Unito: la rivista letteraria Stinging Fly lo ha addirittura definito “pietra miliare della letteratura irlandese”.

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“Memoria di ragazza”, una scrittrice allo specchio

Memoria di ragazza nasce da un’esigenza creativa e personale di Annie Ernaux: quella di produrre il “testo mancante” senza il quale il suo lascito letterario risulta incompleto e di riempire un “buco inqualificabile” nel suo percorso di scrittrice. Come il resto della produzione di Ernaux, questo libro è un racconto della sua vita attraverso la ricostruzione degli eventi e la rievocazione, sincera e a volte feroce, di idee e sentimenti. In particolare, tratta dell’estate del 1958, quando quella che era ancora Annie Duchesne, diciotto anni, lascia per la prima volta la casa dei genitori per passare l’estate in una colonia, lavorando come educatrice. Un momento di transizione, una cesura forte e difficile da rievocare: Ernaux prova più volte a scrivere di questo periodo della sua vita, e ci riesce solo cinquantacinque anni dopo. Si tratta di periodo che, per quanto breve, porta a cambiamenti radicali: la scrittrice si rapporta senza filtri agli altri, ne subisce il giudizio impietoso, scopre il sesso e si scopre libera, seppure incapace di prevedere e controllare le conseguenze di questa libertà.

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“In Other Words”: quando una lingua in prestito è una vita in più

Per Jhumpa Lahiri il concetto di “lingua madre” è difficile da definire e ogni lingua conosciuta è in realtà una lingua straniera. Di origini bengalesi ma cresciuta negli Stati Uniti, la scrittrice Premio Pulitzer dal 2015 scrive quasi esclusivamente in italiano. Il bengalese è per lei la lingua delle origini e degli affetti familiari, ma è anche una lingua in cui non sa leggere e nella quale non può esercitare una parte fondamentale della sua identità, quella di amante della parola scritta. L’inglese è la lingua in cui ha imparato a leggere e in cui ha scritto i libri per cui è diventata famosa, ma non è la lingua a cui ricorre in momenti di forte emotività: le prime parole che le vengono in mente in quei casi sono in bengalese. L’italiano è per Lahiri una lingua imparata per soddisfare un’ossessione e trasformatasi poi in una terza identità e in una nuova vita da scrittrice, ma è anche una lingua (e una cultura) da cui la separa una distanza difficile da colmare.

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Jenny Diski: le intuizioni e l’ironia di una saggista brillante

Jenny Diski era in grado di scrivere di qualsiasi argomento. Che si trattasse di un saggio autobiografico, di un romanzo, della recensione di una pubblicazione accademica o dell’ultima biografia di un esponente più o meno controverso della famiglia reale, la scrittrice britannica riusciva sempre a esporre le sue idee con distacco, profondità e ironia, con uno stile inconfondibile e con una concretezza che la teneva ancorata alla realtà e lontana dalle facili etichette. La realtà fluida e indefinita era il suo habitat naturale: analizzava tutto in prospettiva e disprezzava i giudizi categorici. Nel suo lavoro di scrittrice, non vedeva una netta differenza fra narrativa e saggistica: i suoi romanzi sono pieni di memorie di vita vissuta; nei saggi, il distacco critico convive con il marchio forte della sua personalità e della sua sincerità disarmante.

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