
Jacques Austerlitz è un uomo colto e solitario che vive nell’East End di Londra, in un appartamento piccolo e spartano. È un professore di storia dell’architettura appassionato di edifici grandiosi e carichi di storia: stazioni, fortezze, biblioteche, luoghi pubblici su cui lo scorrere del tempo e il cammino incessante degli umani hanno lasciato il segno; spazi che, al di là della funzione specifica a cui sono destinati, assorbono e conservano la Storia, ma anche le storie personali di chi vi si trova di passaggio.
Studioso e flâneur, Austerlitz cammina per le strade d’Europa scattando foto, abbozzando archi e facciate, appuntando ipotesi e pensieri. Ma la sua ricerca non è solo accademica e il suo rapporto con i luoghi che studia non è puramente intellettuale: durante una visita alla stazione di Liverpool Street a Londra, Austerlitz si ritrova per caso in una vecchia sala d’aspetto e ha una specie di visione. Gli sembra di scorgere sé stesso bambino, zaino in spalla, insieme a due adulti in cui riconosce i genitori adottivi, la coppia con cui ha trascorso un’infanzia non troppo felice in Galles.
Liverpool Street è uno dei luoghi più ricchi di storia di tutta la città: sorge sul sito del primo ospedale di Bedlam, il manicomio-prigione poi ricostruito altrove; vi è stata ritrovata una fossa comune risalente al XVII secolo, forse destinata ai morti di peste; fu bombardata durante la Prima Guerra Mondiale e poco prima della Seconda fu il punto d’arrivo dei Kindertransport, i treni che tra il 1938 e il 1940 trasferirono più di diecimila bambini ebrei dai territori occupati dai nazisti al Regno Unito, dove arrivavano soli e venivano poi sistemati presso enti o famiglie affidatarie. È proprio ai Kindertransport che si riferisce la visione-ricordo di Austerlitz, ed è il primo di una serie di eventi che, in luoghi diversi, lo porteranno a scoprire le proprie origini e un’infanzia precedente al suo arrivo a Londra di cui non ricorda nulla, ma che gli ha lasciato un profondo, incomprensibile vuoto interiore. Nella cornice di un’amicizia con il narratore del romanzo, a cui racconta la sua storia, e vagando per le strade di Praga, Theresienstadt e Parigi, Austerlitz riesce a ricostruire passo dopo passo la storia e il destino della sua famiglia d’origine e acquista finalmente consapevolezza di sé attraverso verità dolorose, ma essenziali.
Austerlitz è una storia bella e importante, ma è soprattutto un romanzo di amplissimo respiro e libero da costrizioni formali. Affascina l’idea che la vita umana sia inestricabilmente legata ai luoghi in cui viene vissuta e che il più banale angolo di strada abbia più verità da raccontare di qualsiasi monumento; intriga la maniera in cui Sebald immagina il tempo non come una linea continua, ma come una serie di strati pronti a sovrapporsi e a riportare alla luce immagini del passato come fossero apparizioni spettrali. Neanche la narrazione è lineare: procede per lunghe divagazioni che si soffermano su descrizioni di luoghi e oggetti, su reminiscenze storiche e culturali, sul carattere dei personaggi coinvolti nella storia. Alla parola scritta si aggiungono poi fotografie, planimetrie, illustrazioni, riproduzioni di documenti che rafforzano e rendono reale una storia che reale non è, pur essendo incentrata su temi – l’elaborazione del trauma, la ricerca di identità – riconoscibili e universali.
Austerlitz è un libro per cui una sola lettura non basta. Non perché sia particolarmente complesso, ma perché nelle sue molteplici divagazioni offre diverse chiavi di lettura e dettagli interessanti su cui vale la pena soffermarsi. In un mondo in cui anche ai libri si richiede rapidità e clamore, con la sua eccitante lentezza Austerlitz ci insegna l’importanza della memoria e l’arte di raccontarla.
Nel lavoro di fotografo, ogni volta mi ha incantato il momento in cui sulla carta impressionata si vedono emergere, per così dire dal nulla, le ombre della realtà, proprio come i ricordi, disse Austerlitz, che affiorano anch’essi in noi nel cuore della notte e, per colui che li vuole trattenere, tornano rapidamente a oscurarsi in modo non diverso da una stampa fotografica lasciata troppo a lungo nel bagno di sviluppo.
Libro: Austerlitz
Autore: Winfried G. Sebald, 2001
Titolo originale: Austerlitz
Traduttrice: Ada Vigliani
Edizione: Adelphi, 2006
Foto: Maria Lomunno Judd
Briefly in English: When he was almost five years old, Jacques Austerlitz’s parents sent him to England on a Kindertransport in a desperate attempt to save him from the incipient Nazi persecution. He was brought up by foster parents who decided to erase from him any knowledge of his past and to give him a new name and a new identity. As an adult, Austerlitz feels a sense of loss and void that he can’t explain. He carries the memory of his past, but he can’t unlock it. During a visit at Liverpool Street station in London, he experiences a vision of himself as a boy being welcomed by his foster parents. He’s then struck by a series of clues and coincidences that he finds in the places he visits. He starts to reconstruct the events of his early years, and discovers the story and destiny of his biological parents in a journey that is painful, but provides Austerlitz with the ultimate meaning of his life.
