
Jenny Diski era in grado di scrivere di qualsiasi argomento. Che si trattasse di un saggio autobiografico, di un romanzo, della recensione di una pubblicazione accademica o dell’ultima biografia di un esponente più o meno controverso della famiglia reale, la scrittrice britannica riusciva sempre a esporre le sue idee con distacco, profondità e ironia, con uno stile inconfondibile e con una concretezza che la teneva ancorata alla realtà e lontana dalle facili etichette. La realtà fluida e indefinita era il suo habitat naturale: analizzava tutto in prospettiva e disprezzava i giudizi categorici. Nel suo lavoro di scrittrice, non vedeva una netta differenza fra narrativa e saggistica: i suoi romanzi sono pieni di memorie di vita vissuta; nei saggi, il distacco critico convive con il marchio forte della sua personalità e della sua sincerità disarmante.
In Italia, Jenny Diski è conosciuta soprattutto grazie a NN Editore, che ha pubblicato i due saggi autobiografici Pattinando in Antartide, tradotto da Francesca Bandel Dragone e incentrato su un viaggio in Antartide come metafora di oblio, solitudine e libertà, e In gratitudine, racconto degli anni non sempre facili vissuti con Doris Lessing (reduce da un’infanzia tormentata, Diski fu accolta in casa dalla scrittrice premio Nobel all’età di quindici anni) e tradotto da Fabio Cremonesi. Meno conosciuti al di fuori del mondo editoriale anglofono sono i saggi scritti per la rivista letteraria London Review of Books, in una collaborazione durata venticinque anni che accompagnò Diski in quasi tutta la sua vita da scrittrice, affinandone lo stile e rendendolo riconoscibile, e la cui lettura è imprescindibile per chi vuole conoscere e godere della sua abilità di saggista. A quattro anni dalla scomparsa di Jenny Diski, Mary-Kay Wilmers ha raccolto 33 di questi articoli in un volume intitolato Why Didn’t You Just Do What You Were Told? e pubblicato dalla casa editrice Bloomsbury.
Notevole è il saggio autobiografico A Feeling for Ice, seme da cui poi è derivato Pattinando in Antartide, che si apre con una rivelazione: gran parte della vita della scrittrice è stata segnata dalla ricerca del “bianco assolutoˮ. Bianche erano le lenzuola dell’ospedale psichiatrico in cui ha passato quattro mesi della sua adolescenza; bianco – grazie al modo in cui ha arredato la camera – è tutto ciò che si riflette negli specchi di fronte al suo letto. Il bianco è simbolo di oblio, silenzio, solitudine e pace; è l’equivalente cromatico di una cella monacale. Diski desidera partire per l’Antartide, che promette bianco a perdita d’occhio e solitudine. Vorrebbe seguire una spedizione scientifica ma non le è permesso: si accontenterà di una crociera. Il ghiaccio ha sempre esercitato su di lei un certo fascino, fin da quando sua madre la accompagnava a pattinare: la Jenny bambina adora sentire la solidità del ghiaccio sotto la lama dei suoi pattini, perché le dà consapevolezza del suo corpo e delle sue abilità. Sua madre vorrebbe che diventasse una campionessa di pattinaggio e risolvesse una volta per tutte i problemi finanziari della famiglia. Sua madre: vivere con lei era come pattinare sul ghiaccio fresco. Diski la vedrà per l’ultima volta all’età di diciannove anni, nel 1966, due giorni dopo la morte del padre. Trent’anni dopo, non sa se sua madre è viva o morta e non è sicura di volerlo sapere. È però curiosa del suo passato, di cui ha ricordi nebulosi e contraddittori, e si rivolge ad alcune anziane signore ancora residenti nel palazzo in Tottenham Court Road in cui ha trascorso l’infanzia per saperne di più. La sua è una curiosità quasi scientifica: la “piccola Jennifer” di cui le parlano le signore è una figura che sente distante da sé, quasi come l’eroina di un romanzo. Le signore le confermano i litigi dei genitori, l’instabilità della madre, i vari tentativi di suicidio da parte del padre che pure era un uomo di fascino e che aveva deciso di tradurre questa sua qualità in una carriera da truffatore. Un secondo incontro con le donne le conferma ciò che più le preme sapere: da bambina era sveglia, intelligente, vitale nonostante tutto. La sua è una storia di eroica sopravvivenza in un contesto disfunzionale e instabile, e una volta superate le difficoltà dell’adolescenza e la crisi depressive ricorrenti, la genetica non determinerà il suo destino.
Solo alcuni degli articoli inclusi nella raccolta sono autobiografici; gli altri riguardano gli argomenti più disparati: da Richard Branson a Nietzsche, dal significato del sonno alle vite di mogli e mariti celebri (Marx, Nabokov, Thatcher): In tutti, l’acume, il rifiuto delle convenzioni e la personalità della scrittrice sono chiaramente percepibili, e il piacere che si prova nel leggerli davvero raro.
Choose the pursuit of happiness if you really must, but there are better things to do with a life, unless freedom from difficulty is the only acceptable existence.
Libro: Why Didn’t You Just Do What You Were Told?
Autrice: Jenny Diski
Edizione: Bloomsbury, 2020
Foto: Maria Lomunno Judd
Briefly In English: Jenny Diski was a writer for whom no subject was too difficult or too narrow: she could write about anything with great insight and irresistible irony. In all her writing, whether it be a novel, a memoir or an essay, her funny, original and opinionated self is always a strong presence. She wrote for the London Review of Books for 25 years, producing columns that are now considered small literary masterpieces. Some of these essays, selected by her editor Mary-Key Wilmers, have now been collected in a book called “Why Didn’t You Just Do What You Were Told”, published by Bloomsbury. In Italy, Jenny Diski is mostly known for the travel memoir “Skating to Antartica” and for “In Gratitude”, a collection of essays written in her final years.
