
Per Jhumpa Lahiri il concetto di “lingua madre” è difficile da definire e ogni lingua conosciuta è in realtà una lingua straniera. Di origini bengalesi ma cresciuta negli Stati Uniti, la scrittrice Premio Pulitzer dal 2015 scrive quasi esclusivamente in italiano. Il bengalese è per lei la lingua delle origini e degli affetti familiari, ma è anche una lingua in cui non sa leggere e nella quale non può esercitare una parte fondamentale della sua identità, quella di amante della parola scritta. L’inglese è la lingua in cui ha imparato a leggere e in cui ha scritto i libri per cui è diventata famosa, ma non è la lingua a cui ricorre in momenti di forte emotività: le prime parole che le vengono in mente in quei casi sono in bengalese. L’italiano è per Lahiri una lingua imparata per soddisfare un’ossessione e trasformatasi poi in una terza identità e in una nuova vita da scrittrice, ma è anche una lingua (e una cultura) da cui la separa una distanza difficile da colmare.
In altre parole è il racconto dell’immersione totale di Jhumpa Lahiri nella lingua italiana, per imparare la quale la scrittrice prima smette del tutto di leggere in inglese, poi lascia New York e si trasferisce con marito e figli a Roma. È convinta che circondarsi dei suoni, della cultura, delle persone e dei luoghi dell’italiano l’aiuteranno a fare sua questa lingua amata e sfuggente. La metafora utilizzata è quella dell’amore appassionato ma non del tutto corrisposto, non solo perché imparare da adulti a parlare e scrivere in una nuova lingua è oggettivamente difficile, a prescindere da quanta dimestichezza si abbia col lavoro quotidiano sul linguaggio e con la ricerca continua della perfezione linguistica, ma anche perché c’è un confine inevitabile tra Lahiri e l’italiano: la scrittrice sente sua questa cultura, ma sa di non appartenervi veramente. La lingua, sia parlata che scritta, anche quando diventa fluente richiede comunque uno sforzo. La gente che incontra per strada le ricorda che non sembra, e non è, italiana.
Secondo la definizione della stessa Lahiri, In altre parole è «una sorta di autobiografia linguistica, un autoritratto», ma contiene anche due racconti brevi, incentrati sui temi cardine del libro: identità, appartenenza, straniamento. Da quest’ultimo la scrittrice sembra trarre piacere, è una sfida intellettuale che la riporta allo stato di lettrice inesperta. Abbandonare la certezza dell’inglese per l’incertezza dell’italiano non è un peso: è un modo per ritrovare l’ebbrezza della continua scoperta, la soddisfazione data dalla presenza di limiti e dalla dedizione necessaria a superarli.
Per questo articolo ho letto l’edizione bilingue di In altre parole pubblicata da Bloomsbury. La traduzione è quasi letterale, soprattutto perché la sintassi utilizzata da Lahiri in italiano ricalca, nella sua semplicità, quella inglese: si tratta di uno stile segmentato in periodi brevi e non molto elaborati, in cui però è evidente la ricerca ossessiva della sfumatura di significato, della parola giusta, insostituibile. La traduzione in inglese è di Ann Goldstein, una celebrità nel mondo editoriale anglofono per aver tradotto l’intera bibliografia di Elena Ferrante. Lahiri non ha voluto tradurre il libro da sé per timore che gli strumenti linguistici più raffinati che possiede in inglese la portassero a “migliorarlo” involontariamente, e a scrivere, di fatto, un libro del tutto diverso. Le due identità linguistiche devono restare separate, il confine non può essere distrutto: è giusto preservare quel sentimento di esclusione che è però anche, umanamente e stilisticamente, immensa ricchezza.
Faccio un elenco di termini da controllare, da imparare. Imbambolato, sbilenco, incrinatura, capezzale. Sgangherato, scorbutico, barcollare, bisticciare. Dopo aver terminato un libro, mi emoziono. Mi pare un’impresa. Trovo il processo più impegnativo, eppure più soddisfacente, quasi miracoloso. Non posso dare per scontata la mia capacità di farlo. Leggo come facevo da ragazzina. Così da adulta, da scrittrice, riscopro il piacere di leggere.
Libro: In Other Words (edizione bilingue di In altre parole, Guanda, 2015)
Autrice: Jhumpa Lahiri
Traduttrice: Ann Goldstein
Edizione: Bloomsbury, 2016
Foto: Maria Lomunno Judd
Briefly In English: In Other Words is essentially a love story between a writer and a foreign language. The writer is Jhumpa Lahiri, the language is Italian. In an attempt to gain true mastery, Lahiri moves with her family to Rome and immerses herself in a completely new world. She decides to leave behind the certainty of English, which she knows and masters, to embrace the uncertainty of a language that she reads “slowly, painstakingly”. She relishes the challenge and although she realises that a gap will always exist between her and Italian – almost in a form of unrequited love – she celebrates the discovery of a new voice, a new belonging, and another identity.
