
A Ghost in the Throat è un libro difficile da descrivere: la scelta di parole che ne mettano il risalto il lirismo e la straordinaria originalità è ardua. Pubblicato da Tramp Press, una casa editrice indipendente dal catalogo interessante, è stato il caso editoriale del 2020 in Irlanda e Regno Unito: la rivista letteraria Stinging Fly lo ha addirittura definito “pietra miliare della letteratura irlandese”.
Nonostante il titolo, A Ghost in the Throat non è una storia di fantasmi, almeno non nell’accezione classica del genere. È la storia di un interesse letterario che diventa ossessione, di un legame indissolubile fra due poetesse che vivono e scrivono a distanza di quasi tre secoli. La prima, Eibhlín Dubh Ní Chonaill (o Eileen O’Connell), è una nobildonna irlandese vissuta nel Settecento che alla notizia della morte del marito si precipita sul luogo del delitto, si inginocchia accanto al corpo e ne beve il sangue, come impazzita di dolore. Inizia poi a recitare un “keen”, un lamento funebre, che trascritto alcuni anni dopo diventerà uno dei poemi irlandesi più celebri del XVIII secolo: Il lamento per Art O’Leary.
L’altra poetessa e autrice del libro (il suo primo in prosa) è Doireann Ní Ghríofa. Da sempre affascinata dalla grandezza poetica intrisa di passione, dolore e desiderio di vendetta del lamento di Eibhlín Dubh, ne diventa quasi ossessionata in un periodo particolare della sua vita, in cui con tre figli piccoli e un quarto in arrivo le sue giornate sono scandite dai doveri della maternità e da interminabili liste di cose da fare. Il poema, che porta sempre con sé e rilegge nei rari momenti di quiete, non è tanto una fonte di evasione (per quanto solitario e ripetitivo, l’essere madre è per Doireann un dono) quanto una compagnia. Si ritrova quindi a volerne sapere di più: inizia a ricercare e leggere ogni traduzione disponibile del lamento; cerca di ricostruire la figura di Eibhlín Dubh, attraverso i documenti disponibili ma anche con veri e propri pellegrinaggi a Derrynane House, la casa affacciata sull’Atlantico in cui la nobildonna visse e che fu poi convertita in un museo dedicato al nipote Daniel O’Connell, celebre politico dell’Irlanda dell’Ottocento. Ed è proprio questa una delle scoperte più sconcertanti per O’Ghríofa: il poco che si sa di Eibhlín Dubh riguarda il suo essere moglie di Art O’Leary e zia di Daniel O’Connell. Della donna e poetessa non è rimasto quasi niente, neanche un luogo di sepoltura, e nei pochi documenti disponibili sulla sua famiglia il suo nome non ricorre quasi mai. Tutto ciò che resta di lei è il suo lamento.
Forse per la sensibilità poetica, forse anche solo per l’esperienza della maternità (Eibhlín Dubh è incinta del terzo figlio quando il marito viene assassinato), l’autrice di A Ghost in the Throat ritrova nella poetessa del Settecento un’anima affine, una presenza costante delle sue giornate. La sua voce sembra ancora risuonare nel lamento, ed è una voce che accompagna Doireann in un onesto percorso introspettivo: dalle aspirazioni giovanili alla scoperta della poesia; dalla reazione ai cambiamenti del corpo dovuti alla maternità al trauma di partorire una bambina in pericolo di vita.
A metà fra autofiction e saggio letterario, A Ghost in the Throat è anche un’ampia riflessione sul potere del linguaggio; è un libro intriso di poesia, e una straordinaria esperienza di lettura.
When we first met, I was a child, and she had been dead for centuries.
Libro: A Ghost in thw Throat
Autrice: Doireann Ní Ghríofa
Edizione: Tramp Press, 2020
Foto: Maria Lomunno Judd
Briefly in English: Original and inventive, “A Ghost in the Throat” took readers by storm in 2020. In what is her prose debut, the Irish poet Doireann Ní Ghríofa combines autofiction and essay to explore her connection with another poet, Eibhlín Dubh Ní Chonaill, who lived in the 1700s and composed an extraordinary keen for her dead husband. In the process, Doireann explores herself and her life too.
