
Il 2020 volge finalmente al termine e c’è solo una cosa di quest’anno che non vogliamo dimenticare: i libri che abbiamo letto. Ecco una lista dei dieci che abbiamo amato di più.
Invisibili, di Caroline Criado Perez. Con una ricerca vastissima e una scrittura chiara e coinvolgente, Criado Perez spiega come la questione femminile sia soprattutto un problema di mancanza di dati. Un libro che continua ad aprire gli occhi di molti lettori sul fatto che la discriminazione di genere sia un problema di cui, oltre a filosofi e attivisti, deve occuparsi la scienza.
Le nostre anime di notte, di Kent Haruf. Un uomo e una donna non più giovani si concedono la possibilità di tornare ad amare. La scrittura pulita di Haruf racconta la tenerezza dei gesti, la delicatezza dei sentimenti, l’egoismo dei figli che non sanno e non vogliono capire. Una storia semplice e toccante.
Frederica, di Georgette Heyer. Un classico riscoperto nell’anno difficile della pandemia. Con insospettabile brio, il romanzo trasporta il lettore nell’Inghilterra della Reggenza tra balli, duelli verbali e proposte di matrimonio. Brillante e godibilissimo.
Miss Austen, di Gill Hornby. Ogni pagina è una goccia di nostalgia. Il romanzo di Hornby ci mostra la vita di Jane Austen attraverso lo sguardo della sorella Cassandra, l’unico vero amore della sua vita. È Cassandra a rimanere accanto alla sorella nei momenti di sconforto, è Cassandra ad assisterla negli ultimi attimi di vita. E sarà sempre lei a prendere su di sé il compito di custodire l’eredità letteraria e l’immagine pubblica di Jane, decidendo di distruggere le sue lettere più intime. Un libro terribilmente e meravigliosamente malinconico.
Eredità, di Vigdis Hjorth. Alla morte del padre, quattro fratelli si ritrovano a fare i conti con un testamento iniquo, che è motivo di grande tensione ma anche opportunità per riprendere conversazioni interrotte. Finché viene a galla un segreto terribile, rimasto sepolto per anni e volutamente dimenticato. Un romanzo che si legge tutto d’un fiato e che, una volta finito, è difficile scrollarsi di dosso.

Abbiamo sempre vissuto nel castello, di Shirley Jackson. L’ultimo romanzo della scrittrice americana, per alcuni la sua opera migliore, di certo un classico: è la storia di Merricat, disposta a far emergere tutto il suo lato oscuro pur di difendere l’idilliaca reclusione in cui vive con la sorella Constance.
In Other Words, di Jhumpa Lahiri. È la storia d’amore tra una scrittrice e una lingua straniera, l’italiano, e una riflessione su tutto ciò che imparare una nuova lingua comporta: straniamento, acquisizione di una nuova identità, continua scoperta, gioiosa incertezza.
Cose che si portano in viaggio, di Aroa Moreno Durán. Si va via in un attimo, ci si guarda indietro per tutta la vita: è la storia di Katia, fuggita giovanissima da Berlino Est. Nel nuovo mondo si ritrova senza identità, senza radici, tormentata dai ricordi e dalle immagini dei familiari rimasti al di là del muro. Un racconto pieno di consapevolezza e dolore sulla difficoltà delle scelte e sul passato che non ci abbandona mai.
La morte in mano, di Ottessa Moshfegh. Dopo la morte del marito, Vesta si trasferisce in un cottage isolato, con un cane come unica compagnia. Il ritrovamento di un biglietto misterioso la induce a indagare su un omicidio che, vero o immaginario, la porta a fare i conti con la solitudine e con il passato. Un romanzo sconcertante le cui uniche costanti sono la fervida immaginazione di Vesta e il suo straordinario senso dell’umorismo.
Cambiare l’acqua ai fiori, di Valérie Perrin. Un caso editoriale, un libro di cui si è parlato moltissimo. Perrin racconta amori, tradimenti, passioni e rimpianti: quella della protagonista, Violette, è una storia di dolore e rinascita. Sentimentale? Sì, in modo irresistibile.
