
L’anno che a Roma fu due volte Natale si apre con una scena di mare invernale: la neve cade sulla spiaggia del Villaggio Tognazzi, sul litorale romano, sotto gli occhi esterrefatti e sognanti di Alfreda, che vive vicino a quella spiaggia da anni e non l’ha mai vista coperta di neve. È eccitata e felice, potrebbe addirittura decidere di uscire, se non fosse che la porta di casa sua non è facile da raggiungere: bisogna prima farsi strada fra le torri di oggetti di cui Alfreda si è circondata, da brava accumulatrice seriale. C’è di tutto, da pile di giornali a vecchi elettrodomestici rotti, e nella sporcizia proliferano gli insetti.
Alfreda è diabetica, gravemente obesa e sta perdendo piano piano il contatto con la realtà, ma ha dalla sua una grande fortuna, quella di essere molto amata. Dal figlio Marco, innanzitutto, che ha difficoltà a relazionarsi con tutti tranne che con lei e ha problemi di droga; da Er Donna, un travestito dedito alla prostituzione, e da Carlo, un anziano pescatore che è legato ad Alfreda dall’affetto ma anche da un profondo senso di colpa: è stato proprio durante una battuta di pesca con Carlo che Mario, marito amatissimo di Alfreda, è morto in circostanze improbabili. Questa perdita, aggravata dal fatto che il mare non ha mai restituito ad Alfreda il corpo di Mario, ha determinato la deriva fisica e mentale della donna, che l’ufficio igiene ora minaccia di sfratto. Marco deve far ripulire il villino e ha poco tempo per convincere sua madre a separarsi dai suoi oggetti, un’impresa disperata in cui coinvolge Er Donna e Carlo. Alfreda oppone una resistenza feroce perché quella casa, così com’è, per lei rappresenta tutto ciò che resta di Mario. Alla fine però pone una condizione: lascerà che la casa venga sgombrata dai cumuli di immondizia se Marco, Er Donna e Carlo trafugheranno la salma di Raimondo Vianello dal cimitero del Verano per portarla a Lambrate e seppellirla accanto a quella di Sandra Mondaini. È un’ingiustizia che i due, così uniti in vita, siano separati nella morte, e del resto è stata la stessa Sandra a chiedere aiuto ad Alfreda, visitandola, come fa spesso, in sogno.
Nella rosa dei candidati al Premio Strega di quest’anno, Roberto Venturini è la voce fuori dal coro: in una dozzina pregna di drammi borghesi, scritture sperimentali e lirismo ostentato, Venturini sceglie di raccontare gli ultimi attraverso una trama grottesca, una serie di riferimenti alla cultura popolare del nostro Paese, un linguaggio semplice in cui però ogni personaggio acquista una voce ben distinta, e una struttura cinematografica che nella mente del lettore si dipana come un film neorealista. Privo di sentimentalismi, L’anno che a Roma fu due volte Natale è un romanzo sui sentimenti: sui legami familiari, sui rapporti cementati dalla tragedia, sull’amore per cui si è disposti a tutto.
Avrebbe voluto giustificarsi, dirle per esempio che la felicità mica si riproduce per talea, che non funziona quasi mai, come col glicine. Dirle che la bellezza di quello che si è vissuto in passato non rivive in un altro contesto, e che anche se lui ci provava a innestare sensazioni forti, tronconi di breve serenità vissuta, in una nuova torba rassicurante, non gli radicava più, la felicità. Hai voglia a bestemmiarci sopra. Come con la talea del glicine.
Libro: L’anno che a Roma fu due volte Natale
Autore: Roberto Venturini
Edizione: SEM, 2021
Foto: Maria Lomunno Judd
Briefly in English: After the death of her husband, Alfreda has let herself go: she is diabetic, obese, out of touch with reality and a compulsive hoarder. Her son Marco, the old fisherman Carlo and the cross-dresser Er Donna try to convince her to let them clean up her house, or she’ll be kicked out. Alfreda accepts on one condition: the three of them have to steal the body of a famous actor from the Verano cemetery in Rome, so that he can be buried in Milan, next to his wife. A dark and grotesque tale celebrating the lives of the marginalised.
