
La storia di una vita si può raccontare da un’infinità di punti di vista. Ci si può limitare a riportarne gli avvenimenti più importanti, la si può analizzare in relazione a un particolare sfondo storico o sociale, la si può guardare con gli occhi delle altre persone che ne hanno fatto parte e che ne sono testimoni. Ne Il libro delle case, Andrea Bajani decide di raccontare la vita di un uomo descrivendo i luoghi in cui ha vissuto, le case in cui ha abitato o è stato di passaggio in diverse fasi della sua vita e in cui inevitabilmente la sua storia ha impresso delle tracce.
Il romanzo è fatto di brevi capitoli, ciascuno ambientato in uno degli spazi vissuti dal protagonista: la “Casa del sottosuolo”, in cui trascorre la sua infanzia in una famiglia dagli equilibri fragili, la “Casa dell’adulterio”, dove ancora molto giovane porta avanti una relazione con una donna sposata e la “Casa delle parole”, un rifugio in cui da adulto si isola per scrivere, sono solo alcuni degli ambienti descritti in capitoli che non seguono un ordine cronologico, funzionando come tessere sparse di un puzzle che solo una volta messe insieme concedono una visione completa. Le case non sono necessariamente edifici o spazi convenzionali: la “casa del persempre”, ad esempio, ha la curvatura di una fede nuziale. La “Casa del Prigioniero”, che il protagonista bambino vede apparire sullo schermo del televisore di famiglia, e l’“Ultima casa di Poeta” si riferiscono rispettivamente alle vicende di Moro e Pasolini e posizionano la biografia del protagonista su un preciso sfondo storico.
Nessuno dei personaggi del romanzo ha un nome: il protagonista è Io, circondato da Madre, Padre, Moglie, Donna con la fede e altre figure presenti nella sua vita che restano riconoscibili pur non acquistando mai un’identità ben precisa. Lo stesso Io è un personaggio secondario rispetto alle case, che vengono descritte nei particolari e con un linguaggio asciutto; i termini precisi e spesso tecnici non impediscono alla prosa di essere scorrevole e a tratti decisamente poetica.
Il libro delle case è un romanzo che non si legge tanto per le vicende raccontate quanto per l’originalità della struttura e la particolarità di un linguaggio in cui convivono toni diversi. La mancanza di dialoghi e di un approfondimento psicologico dei personaggi non ne fa figure superficiali; se da una parte pone un limite al coinvolgimento emotivo del lettore, dall’altro fa di Io un personaggio universale, e della sua vita una storia in cui è possibile, a tratti, riconoscersi.
Aperta la porta, quello che Io vede sono soprattutto le pareti.
Svuotare una casa è restituirle i muri, riconsegnare all’alloggio lo scheletro della muratura, laddove abitare è invece negare la costruzione, trasformarla in spazio (le immagini appese dicono “Guarda noi, non guardare quello che sta sotto”).
Lo svuotamento di una casa è il momento di protagonismo per i chiodi, concepiti per vivere nascosti, e che compaiono alla luce solo in questi casi. Fuoriescono dalle pareti come antenne di lumache, si protendono per vedere: sono gli occhi del mattone, vedono che non è rimasto più nessuno.
Libro: Il libro delle case
Autore: Andrea Bajani
Edizione: Feltrinelli, 2021
Foto: Maria Lomunno Judd
Briefly in English: In “Il libro delle case” (“The Book of Houses”), Bajani tells the story of a man from an original point of view: the spaces, real and symbolic, he inhabits through the years. Chapter by chapter, the protagonist’s biography unfolds through a detailed description of houses and objects which have seen him growing and changing and inevitably carry his life’s traces. The spaces are the real protagonists of this novel, which is written in a concise but poetic prose.
