“Il corpo in cui sono nata”, elogio poetico della diversità

Il titolo di questo romanzo, scritto nel 2011 e appena uscito in Italia nella bella traduzione di Federica Niola, fa riferimento agli ultimi versi di Song di Allen Ginsberg, che fanno anche da epigrafe al libro: “Yes, yes / that’s what / I wanted, / I always wanted, / I always wanted, / to return / to the body / where I was born”. Per il poeta americano, il ritorno al corpo in cui era nato significava di fatto conoscere sé stesso: ritrovare la propria essenza, liberarla dalle costrizioni esterne e farne il proprio stile di vita.

Per Nettel, che ne Il corpo in cui sono nata racconta la propria infanzia e adolescenza fra Città del Messico e la Francia, il tema del ritorno al proprio corpo ha un significato duplice: da un lato, come Ginsberg, la protagonista di questo romanzo sente la necessità di liberarsi da una gabbia metaforica che le impedisce di conoscere a fondo sé stessa e che si manifesta soprattutto nelle scelte compiute dagli adulti della sua famiglia e nelle loro convinzioni; dall’altro lato, i cambiamenti di un corpo in fase di crescita giocano un ruolo fondamentale nella sua psicologia di bambina e poi ragazza, tanto più che, come le è stato detto dai suoi genitori sin da subito, il suo corpo è “difettoso”.

Nettel, infatti, è nata con un neo bianco sull’iride dell’occhio destro che, considerato inoperabile (negli anni Settanta i trapianti di cornea non si effettuavano ancora sui bambini), è causa di una serie di torture inflitte alla bambina dai genitori. Nel tentativo di correggere quel difetto il più possibile, le impongono infatti di portare una benda sull’occhio “sano”, affinché l’altro non si impigrisca. Circondata per gran parte della giornata da immagini sfocate, Nettel si scontra con la realtà di una diversità quasi imposta e comprende precocemente il concetto di resilienza.
Riflettendo su quegli avvenimenti dopo molto tempo (scrive Il corpo in cui sono nata all’età di trentacinque anni), la scrittrice riesce a ripercorrerli con la giusta distanza emotiva e con una certa dose di ironia: il racconto è divertente tanto quanto profondo, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi adulti. È paradossale, per esempio, che dei genitori così decisi ad abbracciare il progresso culturale del loro tempo (sono dei sessantottini che insistono sull’educazione Montessori e su un rapporto di parità e sincerità con i figli, e che a un certo punto della storia decidono di vivere un matrimonio aperto) affrontino con grande difficoltà il difetto visivo della figlia e la tormentino con possibili soluzioni, dimostrando di credere nella tradizionale distinzione fra malattia e sanità, normalità e anormalità, e di non comprendere, nonostante i loro tentativi di modernità, che lo sviluppo fisico e psicologico della bambina non sarà mai completo senza la vera conoscenza e accettazione di sé.
Sempre per le scelte dei genitori, la protagonista si scontra anche con un altro senso di inadeguatezza, quello collettivo: sia nella natale Città del Messico, una realtà multiculturale, con una società rigidamente classista e all’epoca destinazione di molti rifugiati dalle varie dittature sudamericane, sia poi in Francia, dove vive con la madre e il fratello nel quartiere più violento di Aix-en-Provence, Nettel familiarizza con un senso di diversità ed esclusione che sembra non conoscere distanze geografiche, e che rispecchia il suo costante e personale senso di estraneità.

In Il corpo in cui sono nata, Guadalupe Nettel sceglie la forma del romanzo autobiografico per riflettere su quello che è un tema costante della sua opera: l’elogio della differenza. Sia essa fisica o psicologica, limitante o no, dell’individuo o della comunità, la diversità è un elemento prezioso. Ciò che è insolito arricchisce la realtà e la mente divergente, con la sua capacità di comprensione e resilienza, riesce a cogliere la pura essenza della vita, finalmente priva di limiti e filtri.

Mi identificavo completamente nel personaggio della Metamorfosi, che aveva una storia simile alla mia. Anch’io una mattina mi ero svegliata con una vita diversa, un corpo diverso, senza sapere fino in fondo in che cosa mi fossi trasformata. In nessun punto della narrazione si dice chiaramente quale insetto fosse Gregor Samsa, ma io capii quasi subito che si trattava di uno scarafaggio. Lui si era trasformato mentre io lo ero per decreto materno, se non dalla nascita.

Libro: Il corpo in cui sono nata
Autrice: Guadalupe Nettel, 2011
Titolo originale: El cuerpo en que nací
Traduttrice: Federica Niola
Edizione: La Nuova Frontiera, 2022
Foto: Maria Lomunno Judd

Briefly in English: In this autobiographical novel, Guadalupe Nettel looks back at her childhood years spent between Mexico and France, in a slightly dysfunctional family and with a “defective” eye which becomes the obsession of her parents. Growing up, she will fight to find herself, treasure what makes her different, and go back to “the body where she was born”.

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