“Le cattive”, un urlo di vita oltre la violenza

“Infeconde, acide, secche, cattive, abiette, sole, impure, streghe, corpi di terra infertile”: sono questo le trans che popolano gli anfratti bui del Parco Sarmiento, il luogo in cui le storie di emarginazione convergono, in cui le escluse trovano rifugio e un branco da cui ricevere protezione. Qui le trans, invisibili al resto del mondo, si riconoscono, si stringono in un abbraccio soffocante e disperato. Le protagoniste del romanzo d’esordio di Camila Sosa Villada si aggrappano alla vita, fuggono da contesti familiari opprimenti, rivendicano la possibilità di disporre liberamente del proprio corpo. 

Le cattive sperimentano sulla propria pelle la voglia e la stanchezza di vivere in un mondo ipocrita che giudica, schiaccia, addita e cancella. “Ogni carognata subita è come un mal di testa che dura giorni – dice la giovane Camila – una potente emicrania che nulla può attenuare. Tutto il giorno gli insulti, lo scherno. Tutto il tempo il disamore, la mancanza di rispetto. Gli squallidi stratagemmi dei clienti, le truffe, i maschi che ti sfruttano, la sottomissione, la stupidità di crederci oggetti del desiderio, la solitudine, l’Aids, i tacchi delle scarpe che si rompono, le notizie delle trans morte, di quelle assassinate, le zuffe all’interno del clan, per degli uomini, per dei pettegolezzi, per dei battibecchi inutili. E tutto quanto sembra non fermarsi mai. Le botte, sopra ogni cosa, le botte che ci dà il mondo, al buio, nel momento più inaspettato”.  

Camila vive su di sé la violenza quotidiana e la ritrova nell’esistenza delle altre, le compagne diventano sorelle, ugualmente vittime del rifiuto della società: è un legame che amplifica il senso di ingiustizia ma allevia il dolore, placa almeno un po’ la solitudine. Così, questo racconto crudo e dolente, insolente e sboccato, diventa una collezione di ritratti: vividi nella loro dolorosa definizione, poetici nella loro malinconia. Le parole danno forma ai corpi della Pato, con la sua ruvida bellezza, di Maria la muta, che si rifugia nella sua metamorfosi, di Machi la maga, che risponde a leggi di oscure divinità. Su tutte svetta la madre, la saggia e folle Zia Encarna, che consola e castiga con il suo spirito fiero. 

È impossibile resistere a questo inarrestabile corteo di baccanti, a questa folla che chiede salvezza. La narrazione è implacabile nella sua ferocia, ma non rinuncia a momenti di luce, di poesia persino, quando lascia scivolare un pizzico di magia tra le maglie della realtà.

Se qualcuno volesse azzardare un’interpretazione della nostra patria, di questa patria per la quale abbiamo giurato di morire a ogni inno cantato nei cortili della scuola, questa patria che si è portata via le vite dei giovani nelle sue guerre, questa patria che ha seppellito la gente nei campi di concentramento, se qualcuno volesse fare un resoconto esatto di un tale schifo, allora dovrebbe vedere il corpo della Zia Encarna. Siamo anche questo, come paese: il maltrattamento inflitto senza tregua ai corpi delle trans. L’impronta lasciata su certi corpi, in modo ingiusto, convulso ed evitabile, quell’impronta d’odio.

Libro: Le cattive
Autrice: Camila Sosa Villada, 2019
Titolo originale: Las malas.
Traduttrice: Giulia Zavagna
Edizione: Sur, 2021
Foto: Gianvito Rutigliano

Un pensiero su ““Le cattive”, un urlo di vita oltre la violenza

  1. […] Le cattive, Camila Sosa Villada. Alle donne trans che popolano gli anfratti bui del Parco Sarmiento la scrittrice dedica ritratti crudi e poetici: ognuna delle protagoniste porta su di sé il marchio della violenza, del dolore, della vicinanza alla morte; eppure ognuna di loro si aggrappa alla vita in uno slancio estremo di resistenza e rivendicazione di libertà. Per queste donne fiere il branco è l’unico rifugio: nelle altre ognuna rivede sé stessa. A lettori e lettrici non resta che lasciarsi trascinare da questo euforico e disperato corteo di baccanti. Struggente.  […]

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