
Tra i finalisti del Premio Strega di quest’anno alcuni temi sembrano essere ricorrenti: il cambiamento, la ricerca di identità, l’affermazione di sé contro il peso di una generazione precedente i cui valori sono ormai al tramonto ma non sembrano mollare la presa sul presente. Come gli “Spatriati” di Mario Desiati, i “Randagi” di Marco Amerighi abbracciano la vita, ciascuno a proprio modo, per trovarne il senso. È una lotta che spesso implica la fuga e il tentativo più o meno riuscito di sradicarsi dai luoghi d’origine per ricominciare a crescere, più liberi, da qualche altra parte. È un processo segnato sempre dal rifiuto di un retaggio ingombrante, fatto di aspettative, schemi, sentieri già tracciati che impediscono di vivere pienamente.
Il protagonista di Randagi, Pietro Benati, deve fare i conti con una tradizione di famiglia piuttosto singolare: tutti i suoi antenati maschi sono scomparsi per periodi più o meno lunghi, per poi ricomparire all’improvviso riprendendo la propria quotidianità da dove l’avevano lasciata e senza fornire alcuna spiegazione. Il padre di Pietro, per esempio, è sparito senza lasciare traccia ed è poi ritornato con un dito in meno, guadagnandosi il soprannome di “Mutilo”.
Nella casa di famiglia di Pisa, Pietro cresce afflitto da diverse preoccupazioni: la prima, e più sentita, è che non vuole sparire. La seconda è incarnata dalla madre Tiziana, ansiosa e protettiva al limite del patologico. L’ultima è più intima: Pietro sente il dovere di trovare la propria strada ma non gli riesce per niente facile, e la sua spiccata introversione non aiuta. Unico supporto è il fratello maggiore Tommaso che peraltro è l’antitesi di Pietro: estroverso, affascinante, intelligentissimo, nella vita sociale e lavorativa non sbaglia un colpo. Fino a quando lo fa, sollevando il fratello minore dalla maledizione di famiglia.
Quando Pietro si trasferisce a Madrid per studiare, incontra due persone che pur vivendo vite diversissime dalla sua ne riflettono i turbamenti: Laurent, francese ex-surfista che si mantiene facendo il gigolò, e Dora, ragazza sfrontata e disinibita che ostenta libertà ma sta cercando di riempire un vuoto ed è assillata da istinti distruttivi. Pur impegnati nelle proprie battaglie personali, Dora e Laurent aiutano Pietro a tirarsi fuori da un groviglio interiore fatto di passività e generale mancanza di fiducia.
Randagi è l’intreccio ben riuscito di queste e altre storie; Amerighi è capace di delineare e far emergere i caratteri dei suoi personaggi rendendoli riconoscibili anche quando sono secondari e regalando pagine piene di vita. Il libro diventa un romanzo di formazione che rompe con la tradizione e abbraccia un’intera generazione, quella nata negli anni Ottanta e cresciuta a cavallo fra due millenni, impegnata da un lato a scardinare un sistema di valori in cui non si riconosce e da cui non ha ricevuto altro che traumi, dall’altra a chiedersi quali siano i nuovi valori in cui credere, e se di fatto non sia più realistico accettare che un sistema di valori non esiste e che l’affermazione di sé è una battaglia del tutto solitaria.
Soltanto in alcune, rarissime occasioni, quando finalmente le paure lo abbandonavano e l’alba si posava sulle stecche delle persiane, lo sfiorava un pensiero diverso: e se, invece, là fuori, in qualche anfratto di quella terra desolata, lo stesse aspettando la persona in grado di cambiare il destino di Pietro Benati?
Libro: Randagi
Autore: Marco Amerighi
Edizione: Bollati Boringhieri, 2021
Foto: Claudia Bruno
