
Lo strazio della guerra è una ferita che non guarisce, è il passato che riemerge dall’inconscio o da vecchi scatoloni custoditi in un seminterrato. Uno strappo che può rimanere sepolto a lungo, tenuto a bada, sopito; ma poi risale in superficie con il suo fardello di dolore e rimorso. È così per Aida, scappata a sei anni dalla Bosnia incendiata dall’odio etnico e approdata in un’Italia sconosciuta: una nuova terra in cui trovare casa, nella speranza di poter tornare un domani in patria.
Ma l’allontanamento – diventa presto chiaro – è definitivo. A far male è il senso di estraneità: la violenza dello sradicamento condiziona i comportamenti e rende faticosa l’appartenenza a un altro luogo. È un vuoto che abita il cuore e che rende difficile il rapporto con i genitori, presenti a metà: il corpo qui, l’anima lì, nel villaggio che hanno lasciato.
La rinascita, però, è un’opportunità a cui Aida non intende rinunciare: per questo va a vivere da una coppia di volontari che aveva aiutato la sua famiglia fin dai primi giorni. È una fuga, l’ennesima, una ricerca di pace, un tentativo di salvezza. Il prezzo da pagare è alto: la separazione dal fratellino Ibro, che ha sempre guardato a lei come a un rifugio e ora resta indietro, tormentato dai fantasmi della mente.
Per la protagonista si prepara un’altra scissione: da un lato la realizzazione personale, la soddisfazione di seguire la propria strada, dall’altro la frustrazione di non riuscire ad aiutare i propri cari nella sofferenza, quando la malattia li allontana e li rende estranei a sé stessi. È un percorso doloroso, ma non vano: la rabbia si attenua e si trasforma se non in accettazione, almeno in comprensione delle mancanze altrui, in una nuova, struggente intimità.
Il primo romanzo di Alessandra Carati è sorprendente per l’equilibrio con cui dosa le emozioni dei personaggi. Niente è urlato: il dolore si fa strada piano, si prende il suo spazio sotto forma di senso di colpa, impotenza, non detto. La sofferenza, tangibile, è sempre intrisa di tenerezza e profonda umanità. La vita è un viaggio avanti e indietro, è ripetere mille volte il primo gesto della fuga perché solo più in là, solo in un “poi” ideale, forse, saremo salvi.
Sulla pietra era incisa una scritta in arabo, gliel’ho indicata. «Cosa vuol dire?»
«Non lo so». L’ha guardata meglio. «Forse ‘mehraba’, che la pace sia con te».
Conoscevo quella parola, la si usa quando si incontra qualcuno per la prima volta. In nessun’altra parola ho mai ritrovato tanto potere. Credo sia la cosa più bella che si possa dire a qualcuno: che tu possa vivere in pace.
Libro: E poi saremo salvi
Autrice: Alessandra Carati
Edizione: Mondadori, 2021
Foto: Claudia Bruno
Briefly in English: A six-year-old girl, Aida, escapes with her family from the war in Bosnia and comes to Italy as a refugee. In the new country she struggles to fit in and find a place she can call home. She eventually moves in with an Italian volunteer couple and she goes on to study medicine at university. Despite her attempts to forget the past and gain independence from her family, the originary tie with her parents and above all with her beloved little brother will never break: instead it will find a new, deep, intimacy through the pain of sickness.

[…] E poi saremo salvi, Alessandra Carati. Aida ha sei anni quando fugge con la sua famiglia dalla Bosnia incendiata dall’odio etnico e approda in un’Italia sconosciuta. La volontà che la spinge a vivere integrandosi perfettamente nel nuovo contesto non cancella la violenza dello strappo con il Paese d’origine: i rapporti con i genitori e con il fratellino Ibro diventano difficili, logorati dal non detto e dai sensi di colpa. Il dolore più grande è non riuscire ad aiutare i propri cari nel momento della malattia. Eppure nella sofferenza è forse possibile trovare una comprensione più profonda, una nuova intimità. Dolorosamente lieve. […]