“Mi limitavo ad amare te”, la resistenza dell’umano nel caos della guerra

Cosa facevo io mentre durava la storia?
Mi limitavo ad amare te.

Nel titolo dell’ultimo romanzo di Rosella Postorino, tratto da una poesia dell’autore bosniaco Izet Sarajlić, ci sono già la bellezza e lo strazio che lettori e lettrici incontreranno in ogni pagina. Le vicende dei personaggi, che si dipanano per quasi vent’anni, partono nel 1992 dall’orfanotrofio di Bjelave, nel cuore di una Sarajevo sotto assedio. Per le strade che hanno perso ogni segno dell’antica vivacità, i bambini – come tutti – cercano di sopravvivere schivando le pallottole dei cecchini. Tormentati dalla fame e circondati dal degrado di una città allo sbando, si aggrappano l’uno all’altro in un abbraccio istintivo e disperato. Anche la paura è un lusso che non ci si può permettere, un fantasma da sfidare e ricacciare in cantina.

Continua a leggere…

“Rubare la notte”, la vita immaginata di Antoine de Saint-Exupéry 

Lo ha conosciuto da bambina, attraverso le letture che il padre – cantante lirico – le regalava prima di andare a dormire. Recitando Il piccolo principe, o interpretando Pilota di guerra. Un mondo, quello di Antoine de Saint-Exupéry, che Romana Petri ha studiato a fondo negli anni, fino a sentire il bisogno di calarsi nei suoi panni (e nei suoi pensieri) per raccontarcelo in questa deliziosa biografia romanzata. Sospesa – come lo era lui – tra cielo e terra, realtà e immaginazione. 

Continua a leggere…

“Come d’aria”, un canto d’amore oltre la fragilità dei corpi

Alle parole Ada D’adamo affida il compito di raccontare il dolore, la malattia, la realtà di un corpo che sfugge al controllo della mente. Il suo Come d’aria è un memoir dal doppio registro: da un lato romanzo autobiografico che indaga le profondità della vita interiore della protagonista, dall’altro resoconto della fragilità fisica, spietato nell’esattezza dei termini medici utilizzati. 

Continua a leggere…

“Dove non mi hai portata”: indagine su una madre mai conosciuta

“Di mia madre, ho soltanto due foto in bianco e nero.

Oltre, naturalmente, alla mia stessa vita e a qualche memoria biologica, che non sono certa di saper distinguere dalla suggestione e dal mito.

Scrivo questo libro perché mia madre diventi reale”.

Il 24 giugno 1965 una neonata di otto mesi viene abbandonata a Villa Borghese. Poche ore dopo i suoi genitori si gettano nel Tevere. Ma prima inviano una breve lettera a L’Unità, spiegando il proprio gesto e indicando le generalità della piccola, frutto del loro amore impossibile per le leggi dell’epoca.

Continua a leggere…

“E poi saremo salvi”: fuggire per sopravvivere, fermarsi per trovare pace

Lo strazio della guerra è una ferita che non guarisce, è il passato che riemerge dall’inconscio o da vecchi scatoloni custoditi in un seminterrato. Uno strappo che può rimanere sepolto a lungo, tenuto a bada, sopito; ma poi risale in superficie con il suo fardello di dolore e rimorso. È così per Aida, scappata a sei anni dalla Bosnia incendiata dall’odio etnico e approdata in un’Italia sconosciuta: una nuova terra in cui trovare casa, nella speranza di poter tornare un domani in patria. 

Continua a leggere…

“Randagi”, le ferite del diventare adulti

Tra i finalisti del Premio Strega di quest’anno alcuni temi sembrano essere ricorrenti: il cambiamento, la ricerca di identità, l’affermazione di sé contro il peso di una generazione precedente i cui valori sono ormai al tramonto ma non sembrano mollare la presa sul presente. Come gli “Spatriati” di Mario Desiati, i “Randagi” di Marco Amerighi abbracciano la vita, ciascuno a proprio modo, per trovarne il senso. È una lotta che spesso implica la fuga e il tentativo più o meno riuscito di sradicarsi dai luoghi d’origine per ricominciare a crescere, più liberi, da qualche altra parte. È un processo segnato sempre dal rifiuto di un retaggio ingombrante, fatto di aspettative, schemi, sentieri già tracciati che impediscono di vivere pienamente.

Continua a leggere…

“Quel maledetto Vronskij”: la felicità e la disperazione dell’amore

Per Giovanni la felicità è un concetto semplice: una donna con cui condivide la vita da sempre e un lavoro come tipografo che considera una vocazione. Non desidera altro, si muove nella quotidianità sentendosi perfettamente a proprio agio e grato. Ma – come ricorda lui stesso – “la felicità è una cosa sottile, che se la chiami con il suo nome scompare”. E in effetti scompare all’improvviso quando sua moglie Giulia fa le valigie e va via lasciando dietro di sé solo poche parole: “Perdonami, sono stanca. Non mi cercare”.

Continua a leggere…

“Niente di vero”, o forse no

“La maggior parte dei ricordi ci abbandona senza che nemmeno ce ne accorgiamo; per quanto riguarda i restanti, siamo noi a rifilarli di nascosto, a spacciarli in giro, a promuoverli con zelo, venditori porta a porta, imbonitori in cerca di qualcuno da abbindolare che si abboni alla nostra storia. Scontata, a metà prezzo. 
La memoria per me è come il gioco dei dadi che facevo da piccola, si tratta solo di decidere se sia inutile o truccato”. 

Non ci sarà “Niente di (completamente) vero”, forse, nei ricordi che tra queste pagine si susseguono come flashback, ma sicuramente c’è molto di Vero(nica) Raimo. Che in questo romanzo riscrive la propria storia, personale e familiare, la propria “formazione” artistica e sentimentale, partendo da una paradossale consapevolezza:

Continua a leggere…