
“Di mia madre, ho soltanto due foto in bianco e nero.
Oltre, naturalmente, alla mia stessa vita e a qualche memoria biologica, che non sono certa di saper distinguere dalla suggestione e dal mito.
Scrivo questo libro perché mia madre diventi reale”.
Il 24 giugno 1965 una neonata di otto mesi viene abbandonata a Villa Borghese. Poche ore dopo i suoi genitori si gettano nel Tevere. Ma prima inviano una breve lettera a L’Unità, spiegando il proprio gesto e indicando le generalità della piccola, frutto del loro amore impossibile per le leggi dell’epoca.
Quella bambina – subito adottata da un funzionario del PCI e dalla moglie, colpiti da una vicenda tanto straziante – era Maria Grazia Calandrone, che più di cinquant’anni dopo ha deciso di ricostruire la storia dei propri genitori biologici – e della sua stessa nascita – per arrivare a conoscerli e a riscattarli. Come cercarono di fare loro con quell’abbandono, convinti di pagare con la propria vita il prezzo per garantirle un’esistenza migliore, affidandola “alla compassione di tutti”.
Nasce così Dove non mi hai portata, una vera e propria indagine in primis sulla vita di Lucia Galante, di cui Calandrone ripercorre i passi per comprendere ciò che nel sottotitolo riassume come: “Mia madre, un caso di cronaca”.
“Vengo a prenderti, adesso che ho il doppio dei tuoi anni e ti guardo, da una vita che forse hai immaginato per me. Adesso vengo a prenderti e ti porto via.
Lucia, dammi la mano”.
In un ribaltamento toccante, è la madre così a venire alla luce – in queste pagine – grazie alle parole della figlia, che decide di rendere giustizia alla sua esistenza infelice e coraggiosa. Un’esistenza logorata dalla “violenza sociale, quell’assoluta assenza di pietà che, giorno sommandosi a giorno, e dolore e umiliazione a dolore e umiliazione, può portare una vita a esaurire la propria carica di energia naturale. E finire, finalmente finire”.
Nelle campagne molisane dove Lucia nasce nel 1936 non c’è spazio per i desideri e l’autodeterminazione di una ragazza: così viene costretta ad abbandonare gli studi, costretta a rinunciare al giovane di cui si innamora, costretta a sposare Luigi Greco, un uomo inetto, violento e impotente che nemmeno la vuole, solo perché la sua terra confina con quella di famiglia. Una vita che si trasforma in un inferno: Lucia è schiava della famiglia del marito, vessata e picchiata in continuazione. Tutti lo sanno, ma nessuno in paese muove un dito.
Ancora vergine, dopo anni, si innamora di Giuseppe: un reduce della guerra d’Africa di quasi trent’anni più di lei, con una famiglia nel Lazio, arrivato a Palata per lavorare in cantiere come capomastro. Un uomo pieno di vita, che ricambia la passione di Lucia, tanto da decidere di rimanere lì. Ma nel 1964 l’adulterio è reato. Così Lucia viene denunciata dal marito, la legge sul divorzio ancora non esiste, è potenzialmente ricercata. Scopre di essere incinta e decide di fuggire con Giuseppe.
“Quasi certamente Lucia non ha notizia delle lotte femministe che in quegli anni cominciano a percuotere a colpi di reggiseno le fondamenta delle famiglie tradizionali, vorrebbe solo vivere una vita voluta, solo vivere in pace quel tratto di tempo corporale che pertiene alla fisica e chiamiamo vita. Nonostante il fascismo naturale che la investe in pieno viso”.
“Certo, il mondo cambia solo grazie a chi sogna un mondo nuovo.
[…] Lucia potrebbe rimanere lì, essere l’avanguardia di chi l’ha preceduta e lavorare alla modernità del suo paese. Aiutare, cioè, la sua piccola comunità a raggiungere quello stato di grazia sociale nel quale non è più necessario protestare per difendere il proprio diritto alla vita. Lucia potrebbe incarnare il progresso, provare a rendere la sua bellissima terra un luogo dove abita l’utopia, addirittura farne un avamposto di libertà legislativa. Ora Lucia potrebbe dare l’esempio. Ma questo è troppo, qui la lotta è impari […]”.
Lucia e Giuseppe decidono di partire per Milano, dove il 15 ottobre 1964 nasce Maria Grazia Greco, cognome del marito e non del vero padre, altrimenti la bimba “illegittima” sarebbe stata destinata al brefotrofio.
“Ecco i comportamenti di Lucia baluginare a tratti nella camera oscura del passato: eccola che firma carte false, con la lingua fra i denti per l’impegno a districare sua figlia dalle leggi di una stagione di confine fra arretratezza ottusa e intelligenza morale”.
Lucia riesce a fare in modo che la piccola non le venga sottratta, nonostante il marito con una lettera disconosca la paternità. Ma la vita, per lei e Giuseppe, diventa sempre più dura: lui perde il lavoro, lei deve vivere in clandestinità, rischia due anni di galera. I due si sentono braccati, sono soli, probabilmente sfiniti. Così maturano la scelta definitiva.
“Il 16 giugno 1965 […] Lucia va al comune di Milano e richiede il mio certificato di nascita, nel quale, a completare il vuoto alla voce ‘padre’, figura il nome di Luigi. Lucia intende darmi un’identità. E, con essa, proteggermi dal rifiuto che subirò comunque, essendo ritenuta ‘figlia del peccato’. Insisto a ripeterlo come lei – irrazionale, lucidissima – insisteva: Lucia spera che dichiararmi formalmente figlia del marito basti a darmi lo statuto legale di figlia legittima, benché il marito sappia di aver lasciato illibata la sposa. Ormai tutto, ogni gesto, va inserito in un quadro più grande. Ormai tutto è pensato per un unico scopo, è parte di un piano. Calmo, severo, perché ormai irrevocabile”.
Un piano che si compie a Roma: i due abbandonano bagagli e documenti (che verranno ritrovati giorni dopo), lasciano la piccola a Villa Borghese aspettando nascosti che arrivi qualcuno a soccorrerla, poi inviano la lettera a L’Unità e si gettano nel fiume. Un puzzle che è Calandrone a ricostruire tra documenti e articoli di giornale, ordinando i tasselli scomposti e investigandone le possibili combinazioni come una detective. Sono queste, forse, le pagine più dolorose della sua ricerca: i dubbi e le infinite ipotesi che affollano la mente, l’autopsia della madre tra le mani.
“A oggi, non esistono modi migliori, per fermare il tempo della nostra vita, se non morire. Non esistono modi per fermare il dolore del tempo se non il dolore definitivo di andarsene dal tempo, abbandonare i corpi degli altri al loro destino di stare immersi nel tempo. Anche il corpo di una figlia dentro il tempo e andarsene dal tempo. Un disarmo totale”.
Calandrone scandaglia i pensieri di Giuseppe e Lucia, dopo aver scandagliato i fatti, ricostruisce contesto ed emozioni, ricuce passato e presente tornando, con sua figlia, a Milano. Dove Lucia l’ha portata, appena nata. E a Roma, dove ha immaginato il suo destino.
“L’amore di Lucia per me […] sta nel non avermi portata con sé nella morte, sta nel dove non mi hai portata e nel suo avermi riconsegnata alla vita”.
Spinta oltre se stessa dalla necessità, Lucia combatte la sua guerra inconscia e solitaria contro la dittatura della normalità, contro il comune bisogno di espellere il perturbante, il disordine, tutto ciò che si scosta dal sordo imperio della maggioranza.
Libro: Dove non mi hai portata
Autrice: Maria Grazia Calandrone
Edizione: Einaudi, 2022
Briefly in English: In 1965 Maria Grazia Calandrone’s father and mother abandoned her when she was only eight months old in a park in Rome and decided to end their lives in the Tiber river. Fifty years later, she investigates their story in order to understand their choice and to do them justice. A touching portrait of a man and a woman who fought for their love and freedom despite the laws and prejudices of the time.
