“Dove non mi hai portata”: indagine su una madre mai conosciuta

“Di mia madre, ho soltanto due foto in bianco e nero.

Oltre, naturalmente, alla mia stessa vita e a qualche memoria biologica, che non sono certa di saper distinguere dalla suggestione e dal mito.

Scrivo questo libro perché mia madre diventi reale”.

Il 24 giugno 1965 una neonata di otto mesi viene abbandonata a Villa Borghese. Poche ore dopo i suoi genitori si gettano nel Tevere. Ma prima inviano una breve lettera a L’Unità, spiegando il proprio gesto e indicando le generalità della piccola, frutto del loro amore impossibile per le leggi dell’epoca.

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“Voltare pagina”, la saggezza letteraria come rimedio al mal d’amore

Se i libri possano o no salvare la vita è domanda ricorrente. Di certo aiutano nei momenti di sconforto: a loro ci si aggrappa per trovare se non soluzioni, almeno consolazione. Ne è convinta Ester Viola, che in Voltare pagina offre ricette letterarie per curare il mal d’amore. Lo stile è quello di sempre: pungente senza essere eccessivamente cinico, brillante, ironico ma con quel retrogusto amaro che non consente di distendere le labbra in un sorriso pieno.

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“Oh William!”, com’è oscuro il legame con gli altri

Parla dell’ex marito ma è un continuo parlare di sé, ripercorrere ricordi e traumi dell’infanzia, che irrompono come flash. In Oh William! torna Lucy Barton, protagonista di altri due romanzi di Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton e Tutto è possibile. Il centro della narrazione resta la famiglia: il filo aggrovigliato di affetto, frustrazione, intimità e non detto che lega le persone più vicine per caso o per scelta. Sarà poi davvero una scelta? “Quante volte capita alle persone di scegliere veramente?” – chiede pensieroso William, in un raro momento di apertura e confidenza, uno spiraglio in cui la comunicazione sembra possibile. O forse è la vita a spingerci verso gli altri e ad allontanarci da loro con la sua forza misteriosa, le sue indecifrabili ragioni.

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“Niente di vero”, o forse no

“La maggior parte dei ricordi ci abbandona senza che nemmeno ce ne accorgiamo; per quanto riguarda i restanti, siamo noi a rifilarli di nascosto, a spacciarli in giro, a promuoverli con zelo, venditori porta a porta, imbonitori in cerca di qualcuno da abbindolare che si abboni alla nostra storia. Scontata, a metà prezzo. 
La memoria per me è come il gioco dei dadi che facevo da piccola, si tratta solo di decidere se sia inutile o truccato”. 

Non ci sarà “Niente di (completamente) vero”, forse, nei ricordi che tra queste pagine si susseguono come flashback, ma sicuramente c’è molto di Vero(nica) Raimo. Che in questo romanzo riscrive la propria storia, personale e familiare, la propria “formazione” artistica e sentimentale, partendo da una paradossale consapevolezza:

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“Spatriati”: partire o restare, alla ricerca di sé

In “Spatriati” Mario Desiati porta a termine un esperimento letterario interessante. Costruisce infatti un romanzo dai molteplici livelli di lettura a partire da una parola, quella che dà il titolo al libro, che nel dialetto di Martina Franca, terra d’origine sia dello scrittore che dei personaggi di cui racconta, assume diversi significati. Spatriète è chi abbandona i luoghi d’origine per cercare fortuna altrove, ma è anche, in un’accezione più negativa, chi non ha collocazione nel proprio gruppo sociale e non trova quella sistemazione definitiva che la mentalità di provincia richiede: una pecora nera, insomma. Infine, è “spatriata” una persona fuori dagli schemi, decisa a trovare la propria strada lontano dai percorsi precostituiti.

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