
“La maggior parte dei ricordi ci abbandona senza che nemmeno ce ne accorgiamo; per quanto riguarda i restanti, siamo noi a rifilarli di nascosto, a spacciarli in giro, a promuoverli con zelo, venditori porta a porta, imbonitori in cerca di qualcuno da abbindolare che si abboni alla nostra storia. Scontata, a metà prezzo.
La memoria per me è come il gioco dei dadi che facevo da piccola, si tratta solo di decidere se sia inutile o truccato”.
Non ci sarà “Niente di (completamente) vero”, forse, nei ricordi che tra queste pagine si susseguono come flashback, ma sicuramente c’è molto di Vero(nica) Raimo. Che in questo romanzo riscrive la propria storia, personale e familiare, la propria “formazione” artistica e sentimentale, partendo da una paradossale consapevolezza:
“Nella mia famiglia ognuno ha il proprio modo di sabotare la memoria per tornaconto personale. Abbiamo sempre manipolato la verità come se fosse un esercizio di stile, l’espressione più completa della nostra identità. Talvolta ci accordiamo quantomeno il beneficio del dubbio rispetto ai nostri sabotaggi, conserviamo dentro di noi un piccolo spiraglio per ristabilire l’esattezza degli eventi, ma è molto più frequente il contrario: dimentichiamo la menzogna iniziale o il fatto stesso che si tratti di una menzogna”.
Il confine è spesso labile. Ma non rende meno autentica la voce dell’autrice, che con spirito dissacrante smaschera se stessa e le nevrosi di un’intera famiglia. Dal tormentone “C’è Francesca al telefono”, materializzazione di una madre che riconosce come unico principio morale la propria ansia, alle ossessioni igieniche e architettoniche di un padre che costruisce tramezzi ovunque e vieta ai figli ogni sport o gioco potenzialmente rischioso, condannandoli a una noia simile a una prigionia. Fino al fratello Christian, enfant prodige di casa.
“Io e mio fratello siamo diventati tutti e due scrittori. Non so cosa risponda lui quando gli chiedono come mai, io dico che è grazie a tutta la noia che ci hanno trasmesso i nostri genitori”.
Si ride molto, leggendo. Per le iperboli esilaranti, le confessioni che mettono a nudo quanto per una vita si è cercato di nascondere o dissimulare, che sia un senso di inadeguatezza o la stitichezza trasformata in “narcolessia invalidante”.
“Se si può credere ai miracoli, perché non credere alla narcolessia o a un disequilibrio congenito tra femore, tibia e perone che per più di trent’anni mi avrebbe impedito di fare forza sui pedali della bicicletta senza compromettere la colonna vertebrale? (Ho imparato a andare in bici a trentacinque anni)”.
Ma l’ironia diventa anche il filtro attraverso cui liberare la rabbia e il dolore, esponendo la brutalità dei traumi taciuti o la disfunzionalità negli affetti tramandata per generazioni. Per indagare meglio anche le proprie contraddizioni, senza mentire – almeno a se stessi.
Quando in una famiglia nasce uno scrittore, quella famiglia è finita, si dice.
In realtà la famiglia se la caverà alla grande, come è sempre stato dall’alba dei tempi, mentre sarà lo scrittore a fare una brutta fine nel tentativo disperato di uccidere madri, padri e fratelli, per poi ritrovarseli inesorabilmente vivi.
Libro: Niente di vero
Autrice: Veronica Raimo
Edizione: Einaudi, 2022
Foto: Sara Grattoggi
Briefly in English: Imagine growing up in the shadow of a brilliant brother, with an overly anxious mother and a compulsive father obsessed with germs and building random walls inside the house. If “every unhappy family is unhappy in its own way”, Veronica Raimo’s one manipulates reality in order to survive. In this hilarious but unsettling memoir (which could be highly unreliable – the title warns us) the author tells her truth, mostly by exposing her own inconsistencies.
