Giornalisti fermati in Siria: quando la passione è più forte della paura

bimbi profughi
Bambini siriani nel campo profughi di Kilis in Turchia (© CB)

Quando senti la notizia “giornalisti rapiti o fermati” in qualche zona di guerra, la prima reazione è una specie di rifiuto. Del tipo: è successo ad altri, è una cosa lontana, non può succedere a me. Quando invece la notizia si avvicina, e in qualche modo ti tocca, l’effetto si amplifica e arriva con tutta la sua forza. È quello che ho provato quando ho sentito la notizia dei quattro italiani fermati in Siria, al telefono da un collega. Lo stesso collega con cui li avevo incontrati dieci giorni fa, la domenica di Pasqua, in quel crocevia di popoli e culture che è Antiochia. Noi di ritorno da un viaggio nel Sud est della Turchia, loro in partenza per il confine con la Siria, pronti a superarlo per realizzare un reportage sulla vita quotidiana nel Paese martoriato dalla guerra.

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Israele chiede scusa. E la Turchia ringrazia il suo leader

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(© CB)

Dopo il gelo arrivarono le scuse. Nel 2010 l’incidente della Mavi Marmara, ammiraglia del convoglio umanitario Freedom Flotilla che cercava di forzare il blocco israeliano su Gaza, creava un solco profondo nelle relazioni diplomatiche tra Israele e Turchia: in quell’occasione, infatti, otto cittadini turchi e uno statunitense di origine turca furono uccisi nel blitz delle forze israeliane. Da allora fra le cancellerie dei due Paesi, un tempo assai vicine, è calata una distanza sempre più netta. Il riavvicinamento è avvenuto qualche settimana fa, in seguito alla visita di Barack Obama in Israele: sarebbe stato lui a spingere il premier Benjamin Netanyahu verso le scuse ufficiali al primo ministro turco Recep Tayyp Erdoğan. Prima conseguenza a livello politico è l’annuncio dello stesso Erdoğan, in questi giorni, di un incontro ufficiale con Obama il 16 maggio prossimo. Intanto, in Turchia, capita di imbattersi in cartelloni che celebrano le scuse israeliane come una vittoria patriottica; nella foto, accanto ai visi dei due premier, si legge a caratteri cubitali: “Israele chiede scusa alla Turchia. Caro primo ministro, ti siamo grati per questo onore fatto al nostro Paese”. Il cartello è firmato dal Comune di Ankara, retto da quasi vent’anni da Melih Gökçek, sindaco dell’Akp (Partito per la giustizia e lo sviluppo), la forza politica di Erdoğan.

Una città sotterranea per pregare al tempo delle persecuzioni

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(© CB)

Nel cuore della Turchia, in Cappadocia, c’è un sito archeologico molto particolare: una volta entrati, ci si immerge in un dedalo di cunicoli e insenature nella roccia, che portano a centinaia di metri di profondità. È Kaymaklı, vera e propria città sotterranea, patrimonio dell’umanità Unesco dal 1985: costruita in epoca frigia (VIII secolo a.C.), fu usata dalle popolazioni paleocristiane per sfuggire alle persecuzioni sotto l’Impero romano. Fino a diecimila persone vivevano in questi dieci piani sotto il livello del suolo, in sale scavate nella pietra e collegate da lunghi e stretti tunnel. Un gigantesco condominio in cui non mancava nulla: camere, cucine, bagni, strumenti di difesa e un sistema di aerazione all’avanguardia, che rendeva possibile vivere e resistere sottoterra anche quando gli assalitori cercavano di asfissiare gli abitanti con il fumo. Oggi è un museo che permette ai turisti di aggirarsi per i primi quattro piani, avventurandosi tra i contorti passaggi e provando a immaginare come potesse essere una vita perennemente all’ombra. Interessante e istruttivo, purché non si soffra di claustrofobia.

Newroz, il capodanno curdo porta una nuova primavera

newroz“È il tempo della politica, non delle armi”: con queste parole pronunciate nel giorno del capodanno curdo, Abdullah Öcalan, leader del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) apre al dialogo con il governo di Ankara, rinunciando alle armi nella causa del popolo curdo. Il Newroz, festeggiato dalla popolazione curda con danze popolari, musiche tradizionali e vesti colorate, ha assunto quest’anno una valenza simbolica senza precedenti: durante le celebrazioni a Diyarbakir, nel Sud est del Paese, due deputati del Bdp (partito per la pace e la democrazia), hanno letto in curdo e in turco il messaggio di Apo (soprannome di Öcalan), in carcere dal 1999 sull’isola di Imrali nel mar di Marmara, dove sconta l’ergastolo. Öcalan ha annunciato la tregua immediata, invitando i circa tremila guerriglieri curdi presenti sul territorio turco a lasciare il Paese, ritirandosi nel Kurdistan iracheno.

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Mio padre e mio figlio, com’è difficile quell’amore tra uomini

babamoglumCi sono poche cose incontrollabili come i rapporti umani: il movimento spontaneo con cui si intrecciano amori, relazioni, amicizie va di pari passo con la facilità con cui si spezzano, in modi a volte inspiegabili e irrazionali. Basta un attimo, uno sguardo storto, una parola fuori posto, un gesto di rabbia per far crollare tutto e innalzare un muro di incomprensioni, un vuoto difficile da colmare. È in questa crepa dolorosa e profonda che si insinua Mio padre e mio figlio, film turco ambientato negli anni successivi al colpo di stato militare del 1980. La grande storia resta solo sullo sfondo: è un’eco che esalta la microstoria di una famiglia tradizionale spaccata dalla fuga del figlio che non vuole seguire la strada dei padri e lascia la provincia per Istanbul, inseguendo una carriera giornalistica che sa di ideali e anarchia.

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Anıtkabir, il tempio di un uomo diventato mito

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(© CB)

Il suo sguardo magnetico e fiero emerge dalle pareti di ogni edificio della capitale, sia esso un negozio, una casa, un complesso pubblico. Quello che lega la Turchia al suo padre fondatore, Mustafa Kemal Atatürk, è un amore al limite del culto, una devozione che non si incrina a più di 70 anni dalla sua morte. Fu proprio il primo Parlamento della Turchia moderna, fondata nel 1923, a donargli il nome Atatürk – padre dei turchi – quando fu varata la legge che introduceva l’uso dei cognomi nello stato di famiglia. Lui è stato l’ispiratore della guerra d’indipendenza, delle riforme laiche, della lingua moderna con l’introduzione dell’alfabeto latino. Tutte misure per avvicinarsi a quell’Occidente cui la Turchia, ponte naturale fra mondi e culture diverse, ha sempre guardato con un misto di interesse e diffidenza.
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Ankara, una fiera dell’educazione per formarsi all’estero

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Decine di stand, centinaia di ragazzi, brochure, cataloghi informativi. Per un giorno uno dei più esclusivi hotel di Ankara si è trasformato nella cornice della Fiera internazionale dell’educazione: appuntamento che riunisce rappresentanti delle più prestigiose università del mondo per offrire agli studenti importanti opportunità formative all’estero. Un’occasione annuale che nelle prime due settimane di marzo tocca le principali città turche, da Istanbul ad Ankara, passando per Bursa e Smirne. L’obiettivo? Permettere ai ragazzi turchi di guardare a possibilità di master e corsi universitari oltre confine. L’Italia era presente nella capitale con la Cattolica e lo Ied di Milano, che ogni anno mettono a disposizione degli studenti stranieri numerose borse di studio.

Wilkommen! La stretta di mano tra Ankara e Berlino

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(© CB)

Angela Merkel e Recep Tayyp Erdoğan campeggiano su decine di maxi-cartelloni fra le strade di Ankara. È l’omaggio alla cancelliera, che arriva oggi nella capitale turca per incontrare il primo ministro e il presidente della Repubblica, Abdullah Gül. Al centro dei colloqui, la crisi in Siria e l’eterna questione dell’ingresso della Turchia nell’Unione europea. Alla vigilia della visita, Merkel – pur rimarcando un certo scetticismo per l’adesione di Ankara – ha auspicato la riapertura dei negoziati ora in una fase di stallo. Il viaggio turco della premier tedesca è iniziato ieri, con la visita nella provincia meridionale di Kahramanmaraş, dove sono dispiegati da gennaio 300 soldati tedeschi con due batterie di missili Patriot, nell’ambito della missione Nato per difendere la Turchia da eventuali sconfinamenti dei disordini siriani. Prima degli incontri ufficiali di oggi, la cancelliera si è concessa una visita turistica al parco nazionale di Göreme in Cappadocia, sito patrimonio dell’Unesco dal 1985.