
Il suo sguardo magnetico e fiero emerge dalle pareti di ogni edificio della capitale, sia esso un negozio, una casa, un complesso pubblico. Quello che lega la Turchia al suo padre fondatore, Mustafa Kemal Atatürk, è un amore al limite del culto, una devozione che non si incrina a più di 70 anni dalla sua morte. Fu proprio il primo Parlamento della Turchia moderna, fondata nel 1923, a donargli il nome Atatürk – padre dei turchi – quando fu varata la legge che introduceva l’uso dei cognomi nello stato di famiglia. Lui è stato l’ispiratore della guerra d’indipendenza, delle riforme laiche, della lingua moderna con l’introduzione dell’alfabeto latino. Tutte misure per avvicinarsi a quell’Occidente cui la Turchia, ponte naturale fra mondi e culture diverse, ha sempre guardato con un misto di interesse e diffidenza.
L’amore del popolo turco per il suo fondatore si riflette con solennità nel mausoleo che dal 1953 sovrasta Ankara come un Partenone moderno. Oltre al corpo di Atatürk, la struttura austera e razionalista dell’Anıtkabir ospita moltissimi effetti personali dell’uomo politico e minuziose ricostruzioni storiche che ripercorrono il cammino dall’Impero ottomano alla nazione moderna. Intere gallerie offrono un percorso immaginario fra i campi di battaglia della guerra d’indipendenza, con tanto di modellini, effetti sonori di spari e canti nazionalistici. Una gioia per i bambini che si aggirano curiosi e attenti fra le sale, e una lezione per i grandi, che si attardano a osservare sulle pareti i quadri dei generali, delle battaglie e delle vittorie che hanno fatto la loro storia.
Nel mausoleo si respira un senso di profonda appartenenza, un silenzio reverenziale che pervade i visitatori e contagia anche i non turchi. È un sentimento nazionalistico che si ritrova in ogni angolo del Paese: le bandiere sventolano ovunque, l’inno risuona nelle scuole cantato dagli studenti, l’identità turca si realizza nell’orgoglio di appartenere a questa nazione e in una certa chiusura, talvolta, verso il mondo esterno.
