Un Corano interamente scritto in oro: Ziya Buyuk, pittore turco 53enne, ci ha lavorato tutti i giorni, dieci ore al giorno, per un anno e mezzo. L’ha finito lo scorso maggio e poche settimane fa l’ha esposto a Istanbul, in quella meraviglia sul Bosforo che è Palazzo Dolmabahçe. Seguiranno mostre in Turchia e all’estero, poi l’idea è quella di vendere l’opera a un museo. “Dipingere iscrizioni sacre è un’arte tradizionale in Turchia. Lo faccio perché voglio lasciare qualcosa dopo la morte” ci dice mentre indica il pannello sul tavolo di lavoro.
Non solo scontri e violenze. Mentre le manifestazioni continuano in tutta la Turchia e l’Associazione dei medici turchi diffonde il drammatico bollettino di oltre 4mila feriti e 3 morti in cinque giorni di proteste, c’è anche spazio per momenti positivi. Nella foto, una ragazza porge fiori alla polizia ad Ankara, dove ieri sera i cortei si sono svolti nel quartiere di Kizilay senza gravi incidenti. Stesso scenario a Istanbul in piazza Taksim, cuore di OccupyGezi, che ha visto i manifestanti riunirsi pacificamente con balli e musica. Curiosa poi l’iniziativa di centinaia di anonimi sostenitori del movimento, che hanno ordinato per i giovani in piazza migliaia di panini da una famosa catena di fast-food a domicilio. Il destinatario? Semplicemente: Taksim.
Lo incontriamo in una affollatissima libreria di Ankara. Ragazzine in fila ridono e si avvicinano emozionate, chiedendo autografo e foto. Lui, più che un artista maledetto, sembra una rockstar attorniata da fan adoranti. Giacca di pelle, occhi neri e baffi alla Freddie Mercury, Mehmet Turgut presenta il suo primo libro, con gli scatti che l’hanno reso, a 35 anni, uno dei fotografi più in vista della Turchia. Originario di Ankara, Turgut vive oggi a Istanbul, città da cui trae continua ispirazione per il suo lavoro. Corpi umani, visi, espressioni, dosati in un attento equilibrio di buio e luce, sono i protagonisti delle sue foto. Dopo l’incontro dei fan e la firma dei libri, Turgut accetta di rispondere a qualche domanda, in maniera laconica e lapidaria – e forse anche questa è una cifra del suo stile.Continua a leggere…
Pur non essendo una città turistica, Ankara regala, a chi ha la pazienza di scoprirli, dei piccoli gioielli. Uno di questi è il Museo delle civiltà anatoliche, aggrappato su una collina nella parte antica della città. Poche sale, molto ben allestite, ospitano bassorilievi, anfore, monete e altri reperti archeologici che raccontano il passato di questa terra prima dell’età ellenistica, dal Paleolitico all’età romana, con un occhio particolare al periodo degli Ittiti. La struttura, ricavata da un antico bazar del XV secolo, fu voluta da Atatürk per mostrare il crogiolo di civiltà che ha arricchito l’Anatolia e che è all’origine dell’identità turca.
Il bassorilievo nella fotografia proviene dal sito ittita di Karkamış, nel sud della Turchia, dove è nata la leggenda di Gilgamesh, primo poema epico dell’umanità. L’antico villaggio, al confine con la Siria, è oggi diviso tra le due nazioni. Il frammento rappresenta la dea madre, ritenuta dall’antichità simbolo di fertilità e abbondanza e venerata con diversi nomi in molte civiltà: per gli Ittiti era Kubaba, qui rappresentata con un melograno stretto al petto e un velo sul caratteristico copricapo.
Il suo sguardo magnetico e fiero emerge dalle pareti di ogni edificio della capitale, sia esso un negozio, una casa, un complesso pubblico. Quello che lega la Turchia al suo padre fondatore, Mustafa Kemal Atatürk, è un amore al limite del culto, una devozione che non si incrina a più di 70 anni dalla sua morte. Fu proprio il primo Parlamento della Turchia moderna, fondata nel 1923, a donargli il nome Atatürk – padre dei turchi – quando fu varata la legge che introduceva l’uso dei cognomi nello stato di famiglia. Lui è stato l’ispiratore della guerra d’indipendenza, delle riforme laiche, della lingua moderna con l’introduzione dell’alfabeto latino. Tutte misure per avvicinarsi a quell’Occidente cui la Turchia, ponte naturale fra mondi e culture diverse, ha sempre guardato con un misto di interesse e diffidenza. Continua a leggere…
Decine di stand, centinaia di ragazzi, brochure, cataloghi informativi. Per un giorno uno dei più esclusivi hotel di Ankara si è trasformato nella cornice della Fiera internazionale dell’educazione: appuntamento che riunisce rappresentanti delle più prestigiose università del mondo per offrire agli studenti importanti opportunità formative all’estero. Un’occasione annuale che nelle prime due settimane di marzo tocca le principali città turche, da Istanbul ad Ankara, passando per Bursa e Smirne. L’obiettivo? Permettere ai ragazzi turchi di guardare a possibilità di master e corsi universitari oltre confine. L’Italia era presente nella capitale con la Cattolica e lo Ied di Milano, che ogni anno mettono a disposizione degli studenti stranieri numerose borse di studio.
Anche le statue partecipano al flash mob “One billion rising” organizzato in tutte le città del mondo per protestare a ritmo di musica contro la violenza sulle donne. La donna che legge, comodamente seduta in una delle principali vie di Ankara, è un omaggio alla lotta per la difesa dei diritti umani. Oggi sul suo petto fa bella mostra di sé un volantino con il nome della manifestazione svoltasi a pochi metri di distanza. L’evento, che ha visto scendere in piazza per ballare centinaia di uomini e donne, rientra nel V-Day, appuntamento creato nel 1998 da Eve Ensler (autrice de I monologhi della vagina) per denunciare la violazione dei diritti delle donne e il femminicidio. I manifestanti hanno danzato sulle note di Break the chain, scritta dalla stessa Ensler e coreografata da Debbie Allen.