“È il tempo della politica, non delle armi”: con queste parole pronunciate nel giorno del capodanno curdo, Abdullah Öcalan, leader del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) apre al dialogo con il governo di Ankara, rinunciando alle armi nella causa del popolo curdo. Il Newroz, festeggiato dalla popolazione curda con danze popolari, musiche tradizionali e vesti colorate, ha assunto quest’anno una valenza simbolica senza precedenti: durante le celebrazioni a Diyarbakir, nel Sud est del Paese, due deputati del Bdp (partito per la pace e la democrazia), hanno letto in curdo e in turco il messaggio di Apo (soprannome di Öcalan), in carcere dal 1999 sull’isola di Imrali nel mar di Marmara, dove sconta l’ergastolo. Öcalan ha annunciato la tregua immediata, invitando i circa tremila guerriglieri curdi presenti sul territorio turco a lasciare il Paese, ritirandosi nel Kurdistan iracheno.
Da anni sono in corso trattative tra il capo del Pkk, fondato nel 1978 per portare avanti il diritto all’autonomia della regione curda (che in Turchia conta 15 milioni di persone su una popolazione complessiva di 75 milioni) – e Recep Tayyp Erdogan, primo ministro turco alla guida della forza islamica moderata Akp (Partito per la giustizia e lo sviluppo). I colloqui sono osteggiati dai partiti turchi d’opposizione, primo fra tutti quello nazionalista, e procedono a fatica, in bilico tra il desiderio di porre fine a uno scontro trentennale che ha causato quasi 40mila morti, e la necessità di non urtare i sentimenti identitari e nazionalisti del popolo turco: i più conservatori potrebbero non vedere di buon occhio eventuali concessioni fatte a un’organizzazione considerata terroristica da buona parte della diplomazia occidentale, avendo abbracciato dal 1984 il mezzo della lotta armata.
A Diyarbakir centinaia di migliaia di persone si sono radunate per la ricorrenza, seguita in diretta dalle maggiori emittenti nazionali. Sventolano le bandiere del Bdp, forza politica curda legalizzata e presente in Parlamento, accanto a quelle illegali del Pkk; tra la folla campeggiano gigantografie di Öcalan e altri membri storici del movimento. La festa scorre pacifica, la conferenza è in curdo, lingua bandita per decenni e da poco parzialmente riabilitata, riconosciuta per esempio nelle aule dei tribunali. Se l’autonomia politica sembra difficile da ottenere e addirittura controproducente per la causa curda – rischiando di scatenare tensioni etniche e tentazioni di rivalsa – sembra invece vicino, o almeno possibile, un riconoscimento dell’identità, della lingua e della tradizione curda. In questa direzione potrebbero andare anche alcuni emendamenti alla Costituzione, attualmente allo studio del Parlamento, che slegherebbero l’appartenenza alla nazione turca dalla nozione di “identità turca”. Vorrebbe dire, in altre parole, riconoscere che si può essere turchi anche appartenendo a minoranze etniche e linguistiche come quella curda, appunto.
Una svolta storica che potrebbe aprire a un periodo di pace, favorendo lo sviluppo della zona sudorientale del Paese, sottosviluppata e militarizzata a causa degli scontri e delle tensioni decennali. Molti i segnali di avvicinamento degli ultimi mesi: una cena simbolica fra le famiglie di soldati turchi e combattenti del Pkk morti durante gli scontri, il rilascio di soldati turchi nelle mani del Pkk e la consegna spontanea di alcuni guerriglieri alle autorità governative. Anche se è difficile prevedere l’esito delle trattative, di sicuro c’è la stanchezza di una popolazione che – da entrambe le parti – vuole chiudere una pagina di odio e sangue, e aprire la porta a una normalizzazione possibile. D’altronde molti curdi si sentono ormai parte della nazione turca, tanti – soprattutto i giovani – si spostano in altre parti del Paese per studiare e lavorare: non a caso, come scrive il giornalista Mustafa Akyol sulla rivista di politica Al-Monitor, “si stima che Istanbul ospiti il maggior numero di curdi in Turchia, ed è a volte chiamata ‘la più grande città curda al mondo’. Per questo, molte importanti voci curde – continua – hanno sostenuto che i curdi in Turchia non abbiano bisogno di una regione autonoma, ma semplicemente di maggiori diritti culturali e libertà, come l’educazione pubblica in curdo e l’uso della lingua curda nella vita quotidiana”.
