
Quando uno spettacolo circense finisce fuori controllo e l’insofferenza del pubblico l’ha ormai condannato all’insuccesso, «Fate entrare i clown» è l’ultima speranza. E i clown entrarono. C’è un protagonista tra i clown, il clown maldestro, che casca e ruzzola, un pasticcione che combina una gaffe dietro l’altra, l’Augusto. Nella tradizione circense, l’Augusto è il movimento irrazionale che turba il controllo del clown Bianco. Questo razionale, elegante, raffinato; quello goffo, incapace e incontrollabile. Lo spettacolo non si può reggere soltanto sul clown Bianco. La sua perfezione è troppo. Irreprensibile, non può eccitare il riso, sentimento dell’ordine della compassione. Il meccanismo comico scatta grazie alle buffonate dell’Augusto, e al modo in cui costringe la ragione del Bianco a rincorrerlo, affannarsi, scardinarsi. L’esasperazione di questo modello scatena la risata e il bacchettone Bianco – che rappresenta il genitore, l’insegnante, il prete, in una parola: la Legge – provoca il godimento dello spettatore già solo là dove viene costantemente frustrato ed ecceduto dall’Augusto.
E l’Augusto entrò. La sua era stata una preparazione lunga perché lungo e ambizioso sarebbe stato lo show. Certo, l’abilità dell’Augusto è l’improvvisazione, si è sempre ingegnato a tenere la scena anche quando sembrava impossibile e continuerà così, un talento eccelso. Ma è un errore credere che sia stato fortunato: il suo spettacolo, L’Augusto Re, l’aveva curato nei dettagli. E quando fu il momento, gli bastò indossare la sua maschera dal largo sorriso ed entrare in scena. L’Augusto edificò il suo teatro. Un teatro fatto interamente di simboli che si misero in circolo, con quotidiane iniezioni sottocutanee, tra i tessuti sociali italiani. Le molecole del siero si tramutarono, a contatto con la carne italiana, in valori. I valori fecero sì che le membra carnali si ammassassero, e fatta massa divenissero un corpo. Per paura e desiderio di essere toccati, si fa parte di un solo corpo. Corpo molteplice che costituisca difesa potente da chi, fuori dal corpo, voglia toccarmi. Ma cosa temevano gli italiani al momento della caduta delle quinte e dello svelamento dell’osceno? Quando la farsa s’era già rivelata, cos’altro sarebbe potuto accadere?
La sentenza sembrava già scritta: “piangete voi stessi per aver corrotto, per esservi lasciati corrompere, per aver fatto finta di non vedere la cancrena, per esservi turati il naso dal puzzo di una ferita già purulenta, ormai cadaverica”. Quale salvezza se non la lunga risalita fatta di lacrime di rimpianto, di lacrime e di sudore? Non è così che reagisce la nazione. Ancora gli spettatori bramano un coup de théâtre, si illudono che il crollo della scena sia un intermezzo tragico, ma che lo spettacolo non sia finito. Voltano il capo in ogni direzione, si rifiutano di puntare lo sguardo sull’osceno, negano la sua presenza. E allora, al culmine di una tensione pletorica suprema, proprio allora il clown sa che deve entrare. E tutti aspettavano il suo ingresso, l’illusione che egli incarna è magnifica e non serve nemmeno che distribuisca i copioni. Tutti lo riconoscono. Tutti sono pronti.
Ma un passo indietro. Abbiamo chiesto: di cosa avevano paura, questi spettatori? Da cosa non volevano essere toccati? La scoperta avvenne quando l’osceno si aprì e tutti videro. Videro che era uno specchio. Che il velo che l’aveva sempre nascosto era caduto, l’aveva appunto scoperto. E videro che erano visti. Vergogna. Il comune sentire che impose di volgere altrove lo sguardo. La consapevolezza di essere guardati. E da essi stessi, per primi. Quando il momento era giunto, gli spettatori si accorsero di essere gli attori. Il sentire che fa parte dell’uomo fin da Adamo ed è il simbolo della sua rovina.
E così, la vergogna impedì agli spettatori/attori di accettare il crucifige che la loro stessa storia stava proferendo, non poterono sopportare di puntare lo sguardo fisso sul baratro che li ingoiava, sfidando la paura di ripartire. Annaspavano in cerca di un appiglio e tenevano la testa china in un estremo tentativo di negare tutto – occhio non vede… – ormai con l’unica speranza residua di svegliarsi e scoprire che era tutto un brutto sogno. E proprio le parole di un sogno arrivarono a dir loro che una soluzione c’era, ed era proprio il contrario del risveglio. Occorreva sognare, farsi raccontare una fiaba così suggestiva da viverla una volta abbassate le palpebre. L’aedo aveva i migliori strumenti con cui accompagnarsi e la sua favella era incantevole, evocativa, da sogno, anzi: un sogno. Un sogno che proprio lui era in grado di realizzare, gli spettatori dovevano solo assistere. Di nuovo, come sempre.
