L’ho incontrato un anno e mezzo fa: seguivo per un giornale una manifestazione in provincia di Milano, una marcia di bambini per sensibilizzare la cittadinanza a un uso responsabile dell’acqua. Atmosfera da festa di paese con sindaco, discorsi e buffet; Pietro Mennea era l’ospite d’onore. L’ho incontrato prima della corsa, in una sala un po’ in disparte. Spesso gli intervistati si fanno rincorrere mentre scivolano altrove, ti fanno parlare con un addetto stampa o non ti fanno parlare proprio. Lui invece ha alzato la testa mentre firmava cartoline, mi ha indicato con la mano la poltrona accanto e si è presentato. Lui – Pietro Mennea, record mondiale nel ’79 e oro olimpico a Mosca ’80 – si è presentato a me.
Non conoscevo molto l’uomo, non ne ho seguito la vita pubblica o la vicenda personale: il suo nome era legato all’immagine dell’atleta che taglia il traguardo con quel tempo pazzesco, irraggiungibile, difficile da battere per chiunque. Una corsa che si è stampata negli occhi e nelle coscienze, che ho rivissuto tante volte nei racconti di chi l’ha vista. Un’emozione che adesso, stritolata dai record patinati e roboanti di un Bolt, forse si può solo immaginare. Ecco, quando l’ho visto ho pensato di trovarmi davanti a qualcuno fuori dalla norma, ho pensato che essere lì, in quel momento, fosse un piccolo privilegio.
Poi dietro la leggenda è apparso l’uomo, il Mennea di mezz’età che ha cominciato a rispondere pensoso, divagare, farmi domande – quasi non fosse un’intervista ma un colloquio in generale sull’Italia, sul suo sport così malandato e sui giovani, che “devono impegnarsi, crederci, lavorare, capire che la superficialità non paga”. Mi è sembrato un uomo curioso, di quelli che non si limitano a rispondere ma devono chiederti chi sei, cosa hai studiato, cosa vuoi fare, cosa sogni. Di quelle persone che ribattono a una domanda con un’altra domanda. Spiazzante a volte, ma segno di curiosità, di irrequietezza, di voglia di scoprire e andare avanti. Mi ha colpito la sua cultura – quattro lauree – il suo sguardo un po’ perso, come se stesse sempre pensando ad altro. Cosa pensi quando la tua vita va avanti ma il mondo ti ricorda per quell’attimo infinito, per quel momento di gloria in cui hai segnato la storia dello sport? Cosa pensi quando la tua mente ti riporta all’emozione di un fermo immagine a colori?
Finita la manifestazione, ho raggiunto in fretta la metro. L’ho incontrato di nuovo e mi ha salutata con entusiasmo come fossimo vecchi amici. Ricordo la sua ventiquattrore di pelle imbottita di fogli – sembrava pesantissima. Ricordo il gesto meccanico con cui ha cominciato a tirar fuori documenti e carte: mi mostrava i suoi progetti, le sue idee, i suoi mille piani per il futuro. Aveva messo su una fondazione per promuovere lo sport, ed era ciò che gli stava più a cuore. Mentre parlava, ho capito come si fa a sopravvivere al proprio passato: reinventandosi, cambiando, studiando, non smettendo mai di cercare e conoscere. Quando si è alzato per scendere mi ha stretto la mano: un saluto frettoloso ma gentile, senza dimenticare di farmi ancora gli auguri per il futuro. Pietro Mennea, gigante dello sport italiano, lo ricordo come un uomo brizzolato che si alza di scatto per scendere da un treno. E mi piace pensare che anche ora, sulla banchina, stia continuando la sua corsa.
Ecco uno stralcio dell’intervista realizzata per il Giorno, in data settembre 2011.
