“We have already won”. Letter from a Turk to his country

© Engin Korkmaz

In the last few weeks I have been talking with many Turkish people: I listened to their stories, looked at pictures and videos they had sent me, chatted with them. I felt their hope and their anger, trying to understand their feelings and express them in my articles. Then, when you get emails like this one, a journalistic summary suddenly seems to be useless: you realize that such an email cannot be shortened and the only thing you can do is to translate it as literally as possible so that you don’t miss a word; because every sentence is important and the testimony of a young man has turned into a declaration of love for his people and his country. Here is the letter:

I am trying to follow international media since the start of the Turkish Resistance but I don’t think there is enough coverage from the world media that asks and answers these questions: ‘Who are they?’ and ‘What are they trying to do?’. I can’t blame them, even most of my friends who resist with me can’t clearly understand what is actually going on right now.

“Noi abbiamo già vinto”. Lettera di un turco al suo Paese

© Engin Korkmaz

Nelle ultime settimane ho parlato con molti ragazzi turchi: ho ascoltato i loro racconti, guardato foto e video che mi mandavano, chiacchierato con loro in chat. Ho raccolto la loro speranza e la loro rabbia, cercando di capirle e farle passare in un articolo. Poi, quando arrivano email come questa, la sintesi giornalistica appare di colpo inutile: allora ti rendi conto che un’email così non la puoi tagliare, che l’unica cosa da fare è tradurla il più fedelmente possibile per non perdere neanche una parola. Perché ogni frase parla da sola, e quella che era la testimonianza di un ragazzo, si è trasformata in una dichiarazione d’amore per la sua gente e il suo Paese. Ecco la lettera:

Sto cercando di seguire i media internazionali dall’inizio della Resistenza turca, ma non penso che ci sia sufficiente copertura da parte dei mezzi di comunicazione su questi quesiti: “Chi sono?” e “Cosa stanno cercando di fare?”. Non posso prendermela con loro, persino la maggior parte dei miei amici che resiste insieme a me non riesce a capire con chiarezza quello che sta succedendo.

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Turchia, scontri e morti. Non si ferma l’ondata anti-Erdoğan

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Una manifestazione dei turchi residenti a Francoforte

Ancora proteste in Turchia: non si placa la rabbia della gente che continua a manifestare contro la politica autoritaria e filo-islamica del premier Recep Tayyp Erdoğan. Questa mattina il segretario generale della Fondazione turca per i diritti umani, Metin Bakkalci, ha ufficializzato la notizia della morte cerebrale di un ragazzo, ferito con un colpo di pistola alla testa durante gli scontri di ieri ad Ankara. L’altra vittima di cui si ha notizia ufficiale è un ragazzo travolto da un taxi lanciatosi sulla folla che occupava una superstrada a Istanbul. Dall’inizio degli scontri, venerdì scorso, ci sono stati mille feriti a Istanbul, 700 ad Ankara, e oltre 1700 persone sono stare arrestate (molte poi rilasciate). Intanto cortei di solidarietà si svolgono nelle piazze di tutto il mondo: nella foto, mandataci da una ragazza turca che chiede di restare anonima, la manifestazione di Francoforte.

Istanbul: cariche e lacrimogeni sugli indignados di Gezi Park

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Si infiammano le strade di Taksim, uno dei quartieri più noti e più turistici di Istanbul. Dalla notte del 26 maggio scorso, centinaia e poi migliaia di cittadini sono scesi in piazza per protestare contro l’abbattimento di una delle poche aree verdi della città per costruire un centro commerciale. Durissima la reazione della polizia, che da due giorni sta caricando la folla con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. Almeno un centinaio i feriti secondo l’Istituto per la sanità di Istanbul, tra cui un deputato del partito curdo Bdp, Sırrı Süreyya Önder, e Ahmet Sik, giornalista turco famoso per un libro critico verso il governo. Secondo alcune fonti, non confermate, una donna sarebbe morta in seguito agli scontri.

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Israele chiede scusa. E la Turchia ringrazia il suo leader

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(© CB)

Dopo il gelo arrivarono le scuse. Nel 2010 l’incidente della Mavi Marmara, ammiraglia del convoglio umanitario Freedom Flotilla che cercava di forzare il blocco israeliano su Gaza, creava un solco profondo nelle relazioni diplomatiche tra Israele e Turchia: in quell’occasione, infatti, otto cittadini turchi e uno statunitense di origine turca furono uccisi nel blitz delle forze israeliane. Da allora fra le cancellerie dei due Paesi, un tempo assai vicine, è calata una distanza sempre più netta. Il riavvicinamento è avvenuto qualche settimana fa, in seguito alla visita di Barack Obama in Israele: sarebbe stato lui a spingere il premier Benjamin Netanyahu verso le scuse ufficiali al primo ministro turco Recep Tayyp Erdoğan. Prima conseguenza a livello politico è l’annuncio dello stesso Erdoğan, in questi giorni, di un incontro ufficiale con Obama il 16 maggio prossimo. Intanto, in Turchia, capita di imbattersi in cartelloni che celebrano le scuse israeliane come una vittoria patriottica; nella foto, accanto ai visi dei due premier, si legge a caratteri cubitali: “Israele chiede scusa alla Turchia. Caro primo ministro, ti siamo grati per questo onore fatto al nostro Paese”. Il cartello è firmato dal Comune di Ankara, retto da quasi vent’anni da Melih Gökçek, sindaco dell’Akp (Partito per la giustizia e lo sviluppo), la forza politica di Erdoğan.

Newroz, il capodanno curdo porta una nuova primavera

newroz“È il tempo della politica, non delle armi”: con queste parole pronunciate nel giorno del capodanno curdo, Abdullah Öcalan, leader del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) apre al dialogo con il governo di Ankara, rinunciando alle armi nella causa del popolo curdo. Il Newroz, festeggiato dalla popolazione curda con danze popolari, musiche tradizionali e vesti colorate, ha assunto quest’anno una valenza simbolica senza precedenti: durante le celebrazioni a Diyarbakir, nel Sud est del Paese, due deputati del Bdp (partito per la pace e la democrazia), hanno letto in curdo e in turco il messaggio di Apo (soprannome di Öcalan), in carcere dal 1999 sull’isola di Imrali nel mar di Marmara, dove sconta l’ergastolo. Öcalan ha annunciato la tregua immediata, invitando i circa tremila guerriglieri curdi presenti sul territorio turco a lasciare il Paese, ritirandosi nel Kurdistan iracheno.

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Wilkommen! La stretta di mano tra Ankara e Berlino

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(© CB)

Angela Merkel e Recep Tayyp Erdoğan campeggiano su decine di maxi-cartelloni fra le strade di Ankara. È l’omaggio alla cancelliera, che arriva oggi nella capitale turca per incontrare il primo ministro e il presidente della Repubblica, Abdullah Gül. Al centro dei colloqui, la crisi in Siria e l’eterna questione dell’ingresso della Turchia nell’Unione europea. Alla vigilia della visita, Merkel – pur rimarcando un certo scetticismo per l’adesione di Ankara – ha auspicato la riapertura dei negoziati ora in una fase di stallo. Il viaggio turco della premier tedesca è iniziato ieri, con la visita nella provincia meridionale di Kahramanmaraş, dove sono dispiegati da gennaio 300 soldati tedeschi con due batterie di missili Patriot, nell’ambito della missione Nato per difendere la Turchia da eventuali sconfinamenti dei disordini siriani. Prima degli incontri ufficiali di oggi, la cancelliera si è concessa una visita turistica al parco nazionale di Göreme in Cappadocia, sito patrimonio dell’Unesco dal 1985.