Bevande e stereotipi: il tè turco batte il caffè

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Se si pensa alla bevanda turca per eccellenza, di sicuro viene in mente il caffè. Ebbene, è tempo di sfatare questo mito perché, da Istanbul ad Ankara, a farla da padrone a ogni ora del giorno è il tè, passione incondizionata del popolo di Atatürk, servito in caratteristici bicchierini ricurvi su piattini bianchi e rossi, e accompagnato da due zollette di zucchero. Il çai non è una bevanda, è un rito che accompagna i turchi dalla colazione alla cena, passando per riunioni di lavoro, conferenze e incontri fra amici. In molti uffici esiste un’apposita figura professionale che si occupa della preparazione del tè: se si partecipa a una riunione di un paio d’ore, si può quindi essere certi che per almeno due, tre volte la porta si aprirà per lasciare entrare un vassoio colmo di bicchierini traballanti e ottimi pasticcini di pasta frolla. Cuore della produzione di tè è la regione nordorientale di Rize, sul mar Nero, da dove viene esportato in tutto il Paese e all’estero. Per prepararlo tra le mura di casa, basta munirsi di demlik – caratteristica “doppia teiera” – e ricordarsi di diluire il tè molto forte della parte superiore con l’acqua calda della parte sottostante.

Tra leggende e superstizioni: (Mal)occhio all’albero!

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Si chiama Nazar Boncuğu, letteralmente “perla del malocchio”: è un amuleto di vetro con disegni concentrici o a forma di lacrima, in blu, azzurro, bianco e nero. In molti Paesi islamici, questo piccolo occhio protegge contro gli influssi negativi e lo sguardo maligno del diavolo. In Turchia il Nazar Boncuğu è un’istituzione e si può trovare ovunque: in casa, nei negozi, nei gioielli come ornamento. L’albero della foto, in Cappadocia, accoglie ogni giorno centinaia di talismani di ogni dimensione. Secondo la tradizione, si esprime un desiderio e si appende il ciondolo a un ramo dell’albero: quanto più in alto si arriva, tante più possibilità si hanno che il desiderio si realizzi.