La farsa del clown maldestro nel circo della politica

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En tierra de circo – particolare (© Alejandro Arrepol)

Quando uno spettacolo circense finisce fuori controllo e l’insofferenza del pubblico l’ha ormai condannato all’insuccesso, «Fate entrare i clown» è l’ultima speranza. E i clown entrarono. C’è un protagonista tra i clown, il clown maldestro, che casca e ruzzola, un pasticcione che combina una gaffe dietro l’altra, l’Augusto. Nella tradizione circense, l’Augusto è il movimento irrazionale che turba il controllo del clown Bianco. Questo razionale, elegante, raffinato; quello goffo, incapace e incontrollabile. Lo spettacolo non si può reggere soltanto sul clown Bianco. La sua perfezione è troppo. Irreprensibile, non può eccitare il riso, sentimento dell’ordine della compassione. Il meccanismo comico scatta grazie alle buffonate dell’Augusto, e al modo in cui costringe la ragione del Bianco a rincorrerlo, affannarsi, scardinarsi. L’esasperazione di questo modello scatena la risata e il bacchettone Bianco – che rappresenta il genitore, l’insegnante, il prete, in una parola: la Legge – provoca il godimento dello spettatore già solo là dove viene costantemente frustrato ed ecceduto dall’Augusto.

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Italianità e politica: l’attrazione-repulsione che diventa vergogna

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The Heroine Who had Committed A Great Crime (© Elena Ray)

Se si prova repulsione per qualcosa, tendenzialmente è qualcosa che coscientemente fa una tale paura o provoca una tale sensazione di estraneità da desiderare che esso sia lontano, esteticamente inaccessibile, che poi equivale ad inesistente. In questo senso, trovo sia inesatto parlare di provare ribrezzo per la situazione politica (ed elettorale) italiana, soprattutto se consideriamo che questo concetto è intimamente intersecato a quello, almeno contemporaneo, di italianità. Mi sembra molto più efficace, piuttosto, parlare di vergogna. La vergogna porta con sé il germe del coinvolgimento carnale, dell’esposizione indesiderata ma incontrollabile e incontrovertibile. È qualcosa che sembra affondare nella direzione del pudore. La condizione vergognosa mi riguarda e non smette mai di far vibrare questo a-riguardo-di-me. Ecco in cosa si sta: non si può avere solo in repulsione l’italianità ed essere italiani, non ce la si cava smarcandosi per via della propria presunta superiorità esistenziale. Piuttosto si è nella vergogna di essere italiani, una vergogna che tocca nel vivo, nel vivo della carne che ne esce marchiata.

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Camera da (e)letto: quel pudore che rende il voto segreto

C’è una relazione intima tra la camera da letto e la cabina elettorale? Appare con una certa evidenza, in effetti, come il movimento all’atto sessuale e quello all’atto votante convivano di un’analogia, forse meno sottile di quanto sembri sulle prime. Partiremo da un fenomeno estetico comune a entrambe le dinamiche: il pudore. Diciamo estetico e non morale perché è delle manifestazioni del pudore, e non tanto dei valori a esso sottesi, che si va tentando un’analisi. Il pudore (e la vergogna) è un affetto gemellato con il desiderio: erotismo e suo nascondimento si alimentano l’uno della pulsazione dell’altro, proprio nella misura in cui proviamo attrazione senza poterla confessare, almeno non completamente, meno che mai a noi stessi.

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Il farsi della scrittura: viaggio all’origine della narrazione

scritturaÈ attraverso lo scrivere che trattiamo la scrittura. Che trattiamo di essa e che il suo atto ci tratta, ci adopera. A chi stende queste parole, in questo istante, accade qualcosa che è lo scrivere; una condizione ben più gravida di questioni, su se stessa, che di risposte. Cos’è, dunque, lo scrivere? A cosa facciamo riferimento quando diciamo: “l’autore scrive”? E, ancor più a fondo, cosa accade quando lo scriviamo (o descriviamo)? Il farsi della scrittura, risponde Giuseppe Zuccarino. Non un fare attivo, dunque, non solo e non proprio. Non è un’intenzione esterna ed esteriore dell’autore a fare la scrittura; piuttosto, il suo esserne coinvolto, allo stesso tempo incluso e incompreso, costantemente alla ricerca di essa e, in questa ricerca, preda sia del desiderio che della fugacità dell’istante, dello svolgimento, del farsi, appunto. Scrittura che si fa: designata per essere fatta, tuttavia è essa stessa a doversi necessariamente fare, e nel suo farsi, a fare il suo stesso creatore, a dirne l’avvenire, il successo, l’accaduto.

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Treni, velocità e paesaggio: se la foto cattura il movimento

Barcellona
Barcellona (© Gabriele Zabelli – http://www.gabrielezabelli.net)

Il treno vive di una capacità di attraversamento che lo realizza laddove lo dispone nell’immaginario. Un treno fermo ha perciò qualcosa di inadeguato, trasmette all’occhio che lo osserva un senso di rottura: è il movimento di un treno – e non invece la sua stasi – a definirne una sorte di naturalità, di continuità, ed è al contrario la sua sosta a imporsi come discontinuità. Questo rapporto con lo spazio, che è già rapporto con il tempo, potrebbe a prima vista essere attribuito a qualunque veicolo, o mezzo di trasporto, stando ovviamente per tutti nello spostamento il fine originario. Tuttavia, forse per la singolare linearità del suo tragitto, forse per la sempre uguale e già ordinata sequenza delle fermate, il treno vive il tempo del movimento diversamente da ogni altro mezzo.

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