C’è una relazione intima tra la camera da letto e la cabina elettorale? Appare con una certa evidenza, in effetti, come il movimento all’atto sessuale e quello all’atto votante convivano di un’analogia, forse meno sottile di quanto sembri sulle prime. Partiremo da un fenomeno estetico comune a entrambe le dinamiche: il pudore. Diciamo estetico e non morale perché è delle manifestazioni del pudore, e non tanto dei valori a esso sottesi, che si va tentando un’analisi. Il pudore (e la vergogna) è un affetto gemellato con il desiderio: erotismo e suo nascondimento si alimentano l’uno della pulsazione dell’altro, proprio nella misura in cui proviamo attrazione senza poterla confessare, almeno non completamente, meno che mai a noi stessi.
Confessare i desideri che ci portano – e si portano in scena – all’interno della camera da letto è impresa ardua, che può dare più facilmente i natali a ottima letteratura che a sincero e compiuto svelamento delle ambizioni carnali. Specchio limpido di un tale svolgimento passionale è, tuttavia, il suo solo apparente opposto fragoroso: il cameratesco; la battuta volgare, l’aneddoto pecoreccio, rigorosamente riferiti a spettacolose (o comiche) gesta personali, svolgono proprio il compito di celare il pudore dal suo mostrarsi. Ci si vanta e ci si sfotte perché inattaccato rimanga il segreto delle pudenda. Questo pudore, per ragioni anche più oscure che nel caso precedente, avvolge le nostre relazioni anche nel caso della chiamata alle urne. Siamo educati, fin dalle prime nozioni didattiche, all’assunto per cui il voto è segreto. Molto meno spesso si discute del perché. Chiaramente ci stiamo dicendo che, per un corretto funzionamento del meccanismo democratico, ogni cittadino deve sentire tutelata la propria libertà di preferire, senza timori di rappresaglie.
Quello che, tuttavia, nasce come un criterio tanto logico quanto banale di salvezza della democrazia, ha finito per diventare suo dispositivo etico: confessare per chi si ha votato è dinamica che richiede il superamento di uno scoglio, per quanto infinitesimale, di imbarazzo, senza considerare che pone di fronte immediatamente a un ostacolo seguente, vale a dire l’imbarazzo dell’ascoltatore. E questo riguarda la propria iniziativa trasparente; la situazione è ancora più complicata quando vorremmo porci nella posizione di chiedere al nostro interlocutore chi abbia preferito. Questa domanda ha il potere performativo di generare un campo semantico di ingestibile e insuperabile imbarazzo dal momento che, in essenza, presume un fatto: io, che pongo la domanda, mi sento a tal punto sicuro della mia maturità politica che posso chiedere, senza alcuna remora, chi tu abbia votato. È immediatamente evidente lo scacco morale cui si sente sottoposto l’interrogato: «Cosa rispondere per salvare l’immagine che costui/costei ha di me?». Il voto è segreto, quindi, in modo da non poterne e doverne parlare.
Tuttavia, nelle camere da letto e nelle cabine elettorali non si smette di entrare. Camere oscure, entro le quali solo i presenti vedono cosa accade e, soprattutto, sanno di essere i soli a vedere, e godono prima ancora di questa consapevolezza che degli atti che essa permette loro. La coppia, nella camera da letto, è certamente una dimensione del non-essere-soli; tuttavia, è fuor di dubbio che essa partecipi consensualmente a un contratto in cui entrambi i partecipanti sono invitati a spogliarsi e a spogliare le proprie inibizioni. Vero è che non sempre, anzi, forse mai, tale obiettivo di congiungimento nello svelamento si raggiunge, durante il sesso e, quindi, il totale godimento del non essere visti è impossibile. Vien da affermare, piuttosto, che tale godere non giunga mai al compimento totale, nemmeno nella cabina elettorale. Anzi, proprio il solleticante gusto di potersi abbandonare senza giudizi al piacere non sorgerebbe altrimenti che nella contemporanea sensazione di non poter essere afferrato a pieno nemmeno lì, nemmeno da soli, nemmeno nella masturbazione. È così simile, il dominio erotico elettorale, a quello sessuale? Se sì, come vorremmo tenere in conto, sembra davvero intrigante osservare quanto, di questo orizzonte, ci sia da percorrere sul crinale del pudore, della vergogna, dell’inconfessabile.


[…] ma incontrollabile e incontrovertibile. È qualcosa che sembra affondare nella direzione del pudore. La condizione vergognosa mi riguarda e non smette mai di far vibrare questo a-riguardo-di-me. […]