Giornata Internazionale della Donna 2013: cosa dobbiamo ricordare, contro cosa dobbiamo lottare

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Barbara Sukowa interpreta Rosa Luxemburg nel film di Margarethe Von Trotta (1986)

Nel corso degli anni l’8 marzo ha subito un processo di svalutazione, come la moneta o il titolo di studio. Oggi è, per molti, un’altra delle feste commerciali, di origine vagamente anglosassone, in cui i fiorai fanno orario continuato e ristoranti e pub approntano menu speciali, sperando di poter, per un giorno, allentare la morsa della crisi economica.
In realtà, le origini di questa celebrazione sono tutt’altro che commerciali, e tutt’altro che anglosassoni: dimentichiamo la storia del rogo di donne operaie alla fabbrica Cotton di New York, e cambiamo totalmente prospettiva, passando dalla produttiva America del primo Novecento alla Russia rivoluzionaria. L’8 marzo 1917 (23 febbraio secondo il calendario locale) le donne di San Pietroburgo scesero in piazza per manifestare contro la guerra e la fame, con una forza che fu difficile domare e che effettivamente diede il via ai successivi moti di protesta, alla Rivoluzione d’Ottobre e alla sconfitta dello zarismo. Nel 1921, la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, tenutasi a Mosca, proclamò l’8 marzo “Giornata internazionale dell’operaia”. Anche in Italia la giornata dedicata alla donna nacque per iniziativa del Partito Comunista, e si tenne per la prima volta nel 1922.

Dei diritti delle donne e, soprattutto, del suffragio universale si parlava però già dai primi anni del Novecento: il 3 maggio 1908 la conferenza del Partito Socialista di Chicago fu presieduta per la prima volta da una donna, Corinne Brown. Si discusse di discriminazione sessuale e di sfruttamento delle donne sul posto di lavoro, oltre che, ovviamente, del diritto di voto. Questa conferenza, che divenne poi ufficialmente il primo “Women’s Day”, giungeva sulla scia dei dibattiti che si andavano svolgendo sin dal 1907 in seno al Partito Socialista e spesso in contrapposizione al “borghese” movimento femminista. Diverse furono poi le iniziative a supporto di questi temi e varie date in diversi Paesi furono designate come giornate di celebrazione della donna e dei suoi diritti di cittadina a lavoratrice, sino al 1917 e alla manifestazione di San Pietroburgo, a seguito della quale l’8 marzo fu proclamato Giornata Internazionale della Donna.

Più di qualsiasi altra celebrazione, quella dell’8 marzo ha assunto significati diversi nel tempo e nello spazio, perché si è evoluta di pari passo con le problematiche che hanno riguardato e continuano a riguardare le donne, nei diversi periodi storici e nelle varie parti del mondo. Se all’inizio del ventesimo secolo il tema principale era il diritto di voto negato, nel corso degli anni il diritto al lavoro e il rifiuto della subalternità all’uomo, la necessità di porre fine alle violenze fisiche e psicologiche, la conquista della possibilità di divorziare e di quella di abortire legalmente, la liberazione da pratiche religiose che di fatto violano i diritti umani sono diventati motivi centrali del dibattito.

A chi crede che quella che comunemente chiamiamo festa della donna sia una celebrazione stupida, retaggio di vecchie lotte, piena di fiori e vuota di significato bisognerebbe ricordare che nessuno dei suddetti problemi è stato definitivamente risolto in tutto il mondo e che, probabilmente, bisognerebbe periodicamente ricordarne la presenza e l’urgenza. Allo stesso modo di come, per esempio, la Giornata della Memoria ci ricorda l’orrore a cui l’ideologia esasperata e strumentalizzata e l’intolleranza possono portare.

Da un certo punto di vista, la Giornata Internazionale della Donna non serve a ricordare agli uomini di rispettare le donne, o almeno non solo. Serve a ricordare alle donne che hanno dei diritti da rivendicare e che ci sono delle violenze, fisiche o morali, palesi o subdole, che devono smettere di subire. Le donne che vivono nei moderni Paesi occidentali, che credono di essere libere, indipendenti ed emancipate e che guardano impietosite le loro simili velate, dovrebbero ricordare che neppure loro sono del tutto libere: l’essere costrette dai potenziali datori di lavoro a scegliere fra carriera e famiglia, per esempio, non è essere libere. Ma neanche il sentirsi in dovere di averle entrambe, di portare avanti tutto con estrema efficienza, è libertà. Libertà è la serenità di poter scegliere, secondo le proprie attitudini, quello che fa stare bene, senza sensi di colpa e di inadeguatezza, ed è una libertà che non viene tanto da fuori quanto da dentro, è il risultato di un percorso di auto-accettazione, di consapevolezza di sé, di comprensione del fatto che la propria serenità viene prima di qualsiasi altra cosa, che bisogna impegnarsi davvero ma smettere di sentirsi costantemente sotto esame, di credere di dover in continuazione dimostrare/farsi spazio.

Questa sembra una problematica minore rispetto alle mutilazioni genitali o alle violenze subite fra le mura domestiche, preludio ad una vita di inferno, molto spesso alla morte. Ma è un esempio che dimostra quanto lunga sia ancora la strada da fare.
E quanto molto, non tutto, dipenda da noi. Dalle donne.

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